Abbandonare le certezze delle mura fisse per abbracciare la libertà di un’abitazione smontabile, capace di spostarsi seguendo il flusso dell’ispirazione. È questa l’essenza di Bonje In Yurt, il progetto artistico che fa del nomadismo non solo un nome, ma una vera e propria filosofia creativa.
Lontano dalle logiche dei numeri e delle tendenze passeggere, l’artista si muove attraverso un panorama espressivo vastissimo: dalla digital art alla regia, fino a un cantautorato italiano che ha scelto di spogliarsi dei sintetizzatori per riscoprire il calore degli strumenti a corda, degli archi e delle atmosfere etniche. Con l’ultimo lavoro, “RESTA”, Bonje In Yurt accetta la sfida della vulnerabilità, trasformando la lingua italiana in uno specchio che amplifica le emozioni anziché nasconderle.
In questa intervista, ci racconta il suo legame con una Firenze vissuta “dal basso”, la scelta consapevole di difendere la propria visione artistica e il bisogno, quasi fisiologico, di fermarsi per tornare a studiare e ricercare.
Lontano dalle logiche dei numeri e delle tendenze passeggere, l’artista si muove attraverso un panorama espressivo vastissimo: dalla digital art alla regia, fino a un cantautorato italiano che ha scelto di spogliarsi dei sintetizzatori per riscoprire il calore degli strumenti a corda, degli archi e delle atmosfere etniche. Con l’ultimo lavoro, “RESTA”, Bonje In Yurt accetta la sfida della vulnerabilità, trasformando la lingua italiana in uno specchio che amplifica le emozioni anziché nasconderle.
In questa intervista, ci racconta il suo legame con una Firenze vissuta “dal basso”, la scelta consapevole di difendere la propria visione artistica e il bisogno, quasi fisiologico, di fermarsi per tornare a studiare e ricercare.
Lontano dalle logiche dei numeri e delle tendenze passeggere, l’artista si muove attraverso un panorama espressivo vastissimo: dalla digital art alla regia, fino a un cantautorato italiano che ha scelto di spogliarsi dei sintetizzatori per riscoprire il calore degli strumenti a corda, degli archi e delle atmosfere etniche. Con l’ultimo lavoro, “RESTA”, Bonje In Yurt accetta la sfida della vulnerabilità, trasformando la lingua italiana in uno specchio che amplifica le emozioni anziché nasconderle.
In questa intervista, ci racconta il suo legame con una Firenze vissuta “dal basso”, la scelta consapevole di difendere la propria visione artistica e il bisogno, quasi fisiologico, di fermarsi per tornare a studiare e ricercare.
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Il nome Bonje In Yurt richiama l’idea di movimento, di abitare spazi non fissi. Quanto questa immagine rispecchia il tuo modo di vivere e scrivere musica?
Sul nome ci avete azzeccato e fa anche piacere che abbiate ricondotto immediatamente il concetto dell’abitazione smontabile a quello del nomadismo. Il progetto nasce proprio da questa idea e ne sta seguendo il percorso. Un nomadismo espressivo che passa attraverso più canali, come la digital art, la regia di videoclip originali, la recitazione e naturalmente la musica.
Nei tuoi lavori precedenti hai esplorato sonorità che spaziano dall’art rock al trip hop. Come senti che il tuo suono si è trasformato fino ad arrivare a “RESTA”?
Penso e spero che sia stato un processo di maturazione, un modo di convertire l’approccio di scrittura del passato adattandolo al cantautorato italiano. Non credo che il mio suono sia cambiato radicalmente, se non nella scelta consapevole di evitare synth e richiami agli anni Ottanta, prediligendo invece strumenti a corda come piano, archi, ukulele e corde etniche.
La scelta della lingua e del tono nei testi è sempre centrale: come lavori sulle parole e che ruolo ha la vulnerabilità nella tua scrittura?
Cantare in italiano mi ha reso più vulnerabile e ha amplificato quegli aspetti emotivi che emergono sempre quando suono un brano dal vivo. Ormai ci convivo e, anzi, mi affascina questa scelta di aumentare il livello di difficoltà per amplificare la mia emotività. Anche perché, se questo non accadesse, farei tutto con estrema apatia e la disinvoltura nel farlo avrebbe poco valore.
Firenze è una città con una forte tradizione culturale ma non sempre semplice per chi fa musica indipendente. Che rapporto hai con i luoghi live e con il pubblico della tua città?
La mia città è una casa confortevole e un bellissimo punto di partenza. In passato penso di aver calcato praticamente ogni palco accessibile, soprattutto quelli di piccole dimensioni. Se c’è una cosa che faccio, oltre a suonare, è andare ai concerti. Ho ascoltato qualsiasi progetto locale e continuo, con curiosità, a scoprire band di giovani talenti che magari si affacciano per la prima volta al mondo dei live. Cerco di dare il mio contributo sia come spettatore sia come figura un po’ più “anziana”, aiutando a trovare spazi in cui suonare. I palchi più grandi e importanti, invece, sono sempre stati inaccessibili, principalmente per una questione di conoscenze e di mancanza dei giusti referenti. In sintesi, a Firenze contribuisco a tenere viva e a creare una scena, mentre io guardo ad altri orizzonti più adatti a me e suono in altre città toscane o in giro per l’Italia.
In un’epoca in cui visibilità e numeri sembrano contare più della ricerca, come difendi la tua visione artistica senza snaturarla?
La difendo in modo molto semplice. Se avessi voluto puntare sui numeri, sia in termini economici sia di visualizzazioni, avrei dovuto scegliere altri generi e un altro mood. Dal momento che non era quello che mi interessava, non mi pongo nemmeno il problema di snaturare ciò che faccio.
Guardando al futuro di Bonje In Yurt, cosa senti di voler ancora esplorare o mettere in discussione, sia musicalmente che umanamente?
La mia idea è quella di dare piena dignità a queste uscite discografiche, riconoscendo loro tutto il valore che meritano e portando i live avanti per un paio di anni. Dopodiché sento la necessità di fermarmi a studiare nuovi strumenti e dedicarmi alla ricerca, cosa che non posso fare mentre sono immerso nelle fasi di release e promozione.


