C’è un luogo che non è solo fisico, ma emotivo, simbolico, quasi sospeso nel tempo. Con Bar Amoroso, Amoroso costruisce un EP che parte dalle proprie radici per trasformarle in racconto universale. Tra ricordi d’infanzia, osservazione quotidiana e ricerca sonora, il progetto si muove tra luce e ombra, intimità e collettività. Ne abbiamo parlato direttamente con lui, entrando nel cuore di un lavoro che profuma di mare, provincia e verità umane.
In Bar Amoroso il bar diventa uno spazio metafisico prima ancora che reale: quando hai capito che quel luogo della tua infanzia poteva trasformarsi nel centro simbolico di un intero EP?
Nonostante l’idea del “Bar Amoroso” sia arrivata quando già le canzoni erano pronte è sembrata una scelta naturale. Sono nato e cresciuto in una piccola città siciliana e in questi contesti è molto facile che la gente del posto, anche in maniera affettuosa, ti identifichi come “il figlio di”. Io sono stato, e per molti sarò sempre, “il figlio del Bar Amoroso” e con questa scelta ho voluto portare avanti questo concetto, un omaggio alle mie origini.
Le quattro tracce sembrano raccontare stati emotivi diversi ma comunicanti: hai scritto i brani pensando a un percorso unitario o l’idea di EP è arrivata solo in un secondo momento?
Ho cominciato a scrivere canzoni per divertimento e sicuramente all’inizio non pensavo assolutamente ad un EP. A dieci anni dalla prima canzone però le tracce erano diventate abbastanza per un disco, sarei stato superficiale se le avessi lasciate lì. Le ho fatte ascoltare a Toti Poeta, produttore dell’EP, e qualche mese dopo erano pronte per essere pubblicate. Ho speso più tempo a pensare al disco che a farlo.
“Vantablack” parte dall’oscurità per cercare la luce: quanto questo brano rappresenta il punto di origine emotivo dell’intero progetto?
Vantablack ha sicuramente rappresentato la scintilla creativa per questo lavoro ma per un motivo pragmatico e non emotivo. Da questa traccia abbiamo capito la “strada sonora” da percorrere e per me è stata una prova concreta delle mie capacità e di quanto ancora ho da lavorare per essere migliore.
Nei tuoi testi c’è uno sguardo molto attento alle persone, alle loro fragilità e ai loro silenzi: quanto ha influito l’osservazione quotidiana, vissuta proprio dietro al bancone di un bar, nella tua scrittura?
Trovo le persone molto affascinanti. Mi piace osservare, parlare, provocare, anche se spesso resto deluso e forse deludo. Lavorare con il pubblico ti permette di avere a che fare con decine di persone al giorno ma solo in un bar ne vedi tutte le sfaccettature. È un luogo democratico, di incontri e scontri, dove la gente, indipendentemente dal ruolo che ricopre nella società, abbassa per poco le difese e si mostra più facilmente per quello che è.
Se Bar Amoroso fosse davvero un luogo in cui entrare, che tipo di atmosfera vorresti che l’ascoltatore respirasse una volta seduto a un tavolino?
Una mattina di fine estate in un piccolo paese di mare in periferia. Il tepore della luce solare sulle guance. Il rintocco delle campane in lontananza. Un chiacchiericcio poco invadente scandito dal ruotare di un cucchiaino. Il pensiero dell’imminente pranzo con mamma e papà. Un’atmosfera semplice ma vera.


