In Addio, mon amour la scrittura di sigarettewest, diventa memoria, consapevolezza e movimento. Un EP breve ma intenso, costruito come un racconto in due atti, dove l’esperienza personale si trasforma in immagini, flashback emotivi e riflessioni sul lasciare andare. In questa intervista, l’artista racconta il legame tra musica e immaginario visivo, il peso dei ricordi e il senso profondo del viaggio emotivo che attraversa le sue canzoni.
“Addio, mon amour” sembra costruito come un piccolo film: quanto conta per te l’immaginario visivo nella scrittura delle canzoni e che tipo di immagini avevi in testa mentre lavoravi a questo EP?
Durante la scrittura di Addio, mon amour ero alla fine di una storia a me molto cara.
Ho scritto le prime bozze delle canzoni a Milano, già con il desiderio di tornare in Liguria. Una volta tornato mi sono davvero reso conto dell’amore che avevo vissuto e lasciato andare, a piccole dosi.
Il mio modo di scrivere è strettamente legato al ricordo di ciò che è passato. È venuto tutto molto naturale. Avevo il bisogno di raccontare il rapporto speciale con questa donna, anche per rendermi conto di ciò che è stato e in qualche modo andare avanti.
Nei due brani racconti l’inizio e la fine di una relazione come se fossero due atti della stessa storia. Scriverli è stato più un modo per rivivere quel legame o per chiudere definitivamente un capitolo?
È stato entrambe direi. Una presa di coscienza e un flashback potentissimo su tutto ciò che avevo vissuto.
Un’esperienza intensa.
In Incontrollabile il conflitto tra restare e andare è centrale. C’è stato un momento preciso in cui hai capito che lasciar andare era l’unica forma possibile di amore verso te stesso?
Lasciare è una cosa di un’estrema difficoltà. Il mio dibattito interno era legato sia al ricordo di un amore lontano sia alla possibilità di un legame futuro.
Non escludo il ritorno, citando Califano. Alla fine davvero, non si sa mai.
Secondo me bisogna soltanto andare avanti e godersi il viaggio. Nel mio mestiere comunque bisogna sempre guardarsi dentro e ritornare indietro per trovare la verità. Quindi credo non si lasci mai andare qualcuno. Semplicemente è lì e ci va bene così. Ogni tanto ritorni e vedi le cose da un’altra prospettiva.
C’est La Fucking Vie allarga lo sguardo dal personale all’universale. Ti interessa di più raccontare la tua storia o usare la tua storia per parlare delle contraddizioni emotive di una generazione?
La mia storia è la storia di tutti. Qualsiasi persona rientra nelle mie canzoni.
Quello che racconto l’ho vissuto con le altre persone e chi ho incontrato nella mia vita ha fatto parte della mia musica.
Che qualcuno si ritrovi in quello che scrivo per me è segno di gratitudine. Ma le canzoni nascono da una mia esigenza personale di raccontare quello che ho avuto la possibilità di vivere qui. Tutto il resto è una conseguenza di quello che ho tirato fuori.


