Con comelecosechenonvogliofare, Evita firma uno dei suoi brani più istintivi e necessari. Una canzone nata dal corpo prima ancora che dalla testa, che mette al centro i segnali fisici, la salute mentale e il bisogno — spesso difficile — di dire no. Tra produzione in autonomia su Ableton, nuove consapevolezze e una fase di cambiamento profondo, il suo percorso artistico e personale si intrecciano in modo sempre più evidente. In questa intervista, Evita racconta la genesi del brano, il rapporto tra suono ed emozione, il momento di trasformazione che sta vivendo e l’incontro speciale con Lee Ranaldo dei Sonic Youth.
“comelecosechenonvogliofare” nasce dal corpo prima ancora che dalla testa.
1. Quanto è stato difficile riconoscere quei segnali e trasformarli in una canzone che parla apertamente di salute mentale e del bisogno di dire no?
È stato difficile riconoscere i segnali nel tempo, ma trasformarli in musica non lo è stato affatto. Questa canzone è uscita di getto, quasi da sola, come se in quel momento non l’avessi nemmeno scritta io.
Ero talmente cieca e sorda rispetto a quello che stavo vivendo e ai segnali che il mio corpo mi stava mandando, che solo adesso, mesi e anni dopo, cantandola, mi rendo conto di quanto il testo abbia assunto per me un significato molto profondo. All’epoca non avevo davvero la consapevolezza di quanto fosse importante o, in un certo senso, premonitrice.
Il mio corpo non riusciva più a trattenere nulla: né le emozioni, né le idee, né la musica che, evidentemente, in quel momento dovevo far uscire.
2. Questo brano segna anche un passaggio tecnico importante, essendo il primo che hai prodotto interamente su Ableton. Quanto il controllo totale del suono ti ha aiutata a prendere controllo anche del racconto emotivo che volevi fare?
Suono e racconto per me sono spesso correlati, ma in modo molto istintivo e viscerale. Non penso mai: “questa canzone parla di questo, quindi deve avere per forza questo suono”. Seguo il flusso di quello che il mio corpo e il mio cervello mi dicono in quel momento.
Mi sono messa a smanettare sul computer e sono usciti questi synth, questi arpeggiatori. Mi piace il fatto che la canzone sembri apparentemente allegra: di solito scrivo cose più scure, più rumorose o distorte, mentre qui ci sono accordi maggiori e suoni luminosi.
Questa leggerezza è un po’ fuorviante, perché poi, ascoltando il testo, emerge malinconia e dolore. Mi piace questa contrapposizione, ma non è stata assolutamente premeditata, è nata in modo del tutto naturale.
3. I See Big Changes attraversa una struttura circolare — oscurità, luce, ritorno all’ombra — e arriva in un momento che definisci di rinascita fragile. Che tipo di cambiamento senti davvero in atto: artistico, personale o inevitabilmente entrambi?
Il cambiamento è totale, a 360 gradi. Essendo io la prima a cambiare, cambia anche il mio corpo e di conseguenza cambia la musica che faccio, perché la musica sono io. È tutto connesso, sempre.
Non voglio fermare questo processo. Non so come sarò tra un mese o tra due mesi, e mi va bene così. Cerco di non guardarmi troppo indietro, anche se non è facile, perché tutto è in divenire: cambia in base a quello che vivo, alle persone che incontro e alla musica che ascolto o scopro.
4. La collaborazione con Lee Ranaldo è un incontro simbolico con il post-punk che ami da sempre. Cosa ha significato confrontarti con una figura così importante per il tuo immaginario, e come ha influito sul tuo modo di stare dentro la canzone?
Lee Ranaldo è uno dei miei chitarristi preferiti di sempre e fa parte di una delle mie band del cuore. In questo periodo sto riascoltando praticamente tutta la discografia dei Sonic Youth, scoprendo anche cose che non avevo mai sentito e rivalutando dischi che avevo un po’ lasciato da parte.
Averlo nel disco è qualcosa di indescrivibile. Mi sembra persona molto aperta e disponibile, e credo si sia anche divertito a sperimentare sul pezzo. La cosa incredibile è che il brano era già completo e, teoricamente, non aveva bisogno di altre chitarre.
Eppure la sua capacità è stata quella di entrarci dentro completamente: gli abbiamo chiesto di rifare riff già esistenti, che avevano già registrato i miei chitarristi Davide Strangio, Ruggero Fornari e Nicolò Faraglia, ma lui li ha reinterpretati a modo suo, rendendoli immediatamente personalissimi. In più ha aggiunto tracce e dettagli molto suoi, che hanno dato al pezzo un’impronta ancora più forte e significativa.


