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Rileggere Fabrizio De André significa, ancora oggi, attraversare una delle voci più profonde e necessarie della cultura italiana. Con Viva De André, Luigi Viva porta sul palco un progetto che è insieme concerto, racconto e viaggio nella coscienza civile di Faber, scegliendo il linguaggio del jazz come chiave interpretativa e narrativa.

Non una semplice rilettura musicale, ma un percorso che mette al centro De André come pensatore, intellettuale e osservatore radicale del suo tempo. In vista delle date al Blue Note di Milano, Luigi Viva ci racconta il senso profondo di questo lavoro: tra rispetto, ricerca, memoria e una rilettura che evita il déjà-vu per aprire nuovi spazi di ascolto.


INTERVISTA

Rileggere De André in chiave jazz significa inevitabilmente spostare il punto di vista: cosa cambia, secondo te, nell’ascolto delle sue canzoni quando vengono attraversate da questo linguaggio?

Quando con Luigi Masciari (autore degli arrangiamenti) abbiamo iniziato a lavorare sulle canzoni, siamo partiti da un punto fermo: non utilizzare la voce, non provare a cantarlo; sia per una forma di rispetto, sia per non naufragare, come tanti, nel dejà vu. Il lavoro elegante svolto da Masciari ha preservato le melodie. L’ascolto delle sole musiche aumenta il potere evocativo delle canzoni; ognuno dentro di sé, giocoforza penserà a Fabrizio e alla sua voce.


Viva De André è un concerto ma anche un racconto, fatto di musica, parole e materiali d’archivio: quanto è importante oggi restituire De André non solo come cantautore, ma come pensatore e osservatore del suo tempo?

Il mio intento è proprio questo, evidenziare quanto De André sia importante nel suo ruolo di pensatore ed intellettuale. Fabrizio ha permeato tutta l’opera con un costante impegno politico e civile al pari di Pasolini e Sciascia; focalizzando sempre l’attenzione nei confronti delle minoranze e, come lui mi precisò, nei confronti degli “ignorati e perseguitati dal potere”.


In questo spettacolo emergono lati meno noti di Fabrizio De André, come il suo rapporto con il jazz: c’è un aspetto della sua musica o della sua figura che ancora oggi senti poco raccontato?

Direi che il più delle volte viene banalizzato quando lo si definisce solamente come poeta. Era un grandissimo artista a tutto tondo, una voce incredibile, un fior di chitarrista. Proprio il jazz, suonato in gioventù, gli permise di acquisire dei fondamentali che pochi artisti in Italia possono vantare. Aveva un orecchio e un senso del tempo assoluti.
Quello che oggi viene poco raccontato è proprio l’impegno di cui abbiamo accennato, se ne parla sempre di meno, focalizzandosi su aspetti marginali. La cosa più grave è che taluni, che con lui non hanno proprio niente a che fare, cercano di appropriarsene, sfumandone i contorni.


Portare questo progetto al Blue Note di Milano, tempio del jazz, ha anche un valore simbolico: cosa rappresenta per te questo incontro tra una tradizione jazzistica così forte e l’opera di De André?

Suonare al Blue Note è il top per ogni musicista. Il pubblico è attento, competente, capace di percepire le sfumature. Fabrizio è amatissimo in maniera trasversale e lo spettacolo in questi anni ha saputo avvicinare i tantissimi suoi fan e gli appassionati di jazz in egual misura.
Sarà una serata speciale, per di più arricchita dalla presenza di Giulio Carmassi, ex componente del Pat Metheny Unity Group.

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