Qualche settimana fa vi abbiamo presentato il video di “Long Way Down” di Danilo Cristofaro, ma oggi entriamo nel vivo raccontandovi tutto il disco Stranger in Hometown, uscito 16 gennaio,
Un EP di quattro tracce, essenziali e affilate, che abitano il territorio del post-punk e della new wave senza nostalgia, ma come linguaggio vivo, nervoso, necessario.
Il suono è asciutto e teso. Le chitarre disegnano geometrie fredde, il basso guida il battito come un impulso notturno, la voce resta sempre sul crinale: mai totalmente fragile, mai completamente sicura. È proprio in questa instabilità che il disco trova la sua cifra. Ogni brano sembra muoversi tra controllo e crollo, tra disciplina ritmica e scarto emotivo.
Long Way Down apre il percorso con un passo pesante, quasi rituale. Un rock scuro venato di folk che racconta il dopo, ciò che rimane quando l’esperienza ti sposta definitivamente da te stesso. Soultaker lavora invece sulla sottrazione: melodie pop-rock che accompagnano il gesto di lasciar andare, trasformando il distacco in consapevolezza.
Con Cochito l’EP si allarga: la storia dei popoli nativi americani diventa simbolo di ogni identità messa all’angolo. La guerra non è racconto epico, ma rumore di fondo costante, cicatrice aperta nella struttura del brano.
Sleep Paralysis chiude senza risolvere. È il momento in cui il corpo si ferma ma la mente continua a correre. Dubbi sospesi, tensione che non si scioglie. Un finale coerente con un disco che non vuole rassicurare.
Stranger in Hometown è un lavoro breve ma concentrato, che fa dell’alienazione una forma sonora e dell’inquietudine una scelta estetica precisa. Non cerca l’impatto immediato: costruisce un’atmosfera che resta, come una scossa lenta sotto la pelle.
Un EP che non fa compagnia. Fa presenza.
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