Con BLU, Jaboni firma un brano che non cerca soluzioni rapide, ma si ferma a osservare ciò che rimane dopo la fine di un amore. È una canzone fatta di memoria, nostalgia e movimento interiore, dove il dolore non viene cancellato ma attraversato, respirato, compreso.
Il blu diventa uno spazio emotivo profondo e freddo, un mare interiore in cui nuotare per non affondare. Anche il videoclip, costruito come un piano sequenza in continuo movimento, rafforza questa idea: andare avanti è inevitabile, anche quando dentro qualcosa sembra restare sospeso. Abbiamo parlato con Jaboni del significato di BLU, del rapporto con i ricordi e di come la scrittura possa diventare uno strumento per convivere con le ferite.
INTERVISTA
In “BLU” parli di un amore che non c’è più ma continua a vivere nei ricordi: c’è stato un momento in cui hai capito che non tutto ciò che fa male va dimenticato?
Negli ultimi anni ho vissuto esperienze che mi hanno segnato profondamente. La mia vita è cambiata radicalmente più volte e guardarmi indietro è diventato un po’ come guardare un film. Proprio osservando quel film mi sono reso conto che tutto ciò che ho vissuto mi ha portato a essere quello che sono oggi, e che ciò che mi accade ora sarà determinante per quello che vivrò in futuro.
Il blu nel brano è quasi un luogo interiore, freddo e profondo. Che rapporto hai oggi con quella nostalgia: ti pesa o ti aiuta a restare a galla?
È una parte di me, e in fondo una parte di tutti noi. È lì, e possiamo solo imparare a conviverci, a restare a galla. A volte prende il sopravvento, inevitabilmente, ma anche in quei momenti è importante ascoltarsi e capire che non dobbiamo torturarci: dobbiamo entrare in contatto con quella zona e accettare che è così che funzioniamo.
Nel videoclip cammini senza mai fermarti, in un unico piano sequenza. Quanto è importante, per te, l’idea di andare avanti anche quando dentro qualcosa resta fermo?
In realtà andiamo avanti comunque, sempre. Il tempo non si ferma, le cose intorno a noi cambiano e cambiamo anche noi. Non credo che esista una parte di noi che resti davvero ferma: già oggi abbiamo un’idea diversa di noi stessi rispetto a ieri, e domani sarà ancora diversa.
“BLU” non chiude una ferita, ma la osserva. Scrivere questa canzone ti ha avvicinato di più al dolore o ti ha insegnato un modo diverso di respirarlo?
Non tutte le ferite riescono a guarire. L’importante è non coprirle e non far finta che non esistano, anche quando fanno male. Ognuno ha il proprio modo di cercare di capire come elaborare il dolore; per me uno di questi modi è la scrittura. Scrivere trasforma il pensiero in qualcosa di reale: diventa concetto, resta lì. Puoi rileggerlo, riscriverlo cento volte, ma non è più incatenato dentro di te.


