Cosa sono oggi i Malvax? A raccontarlo è Lorenzo Svegliati Cretino, senza filtri e senza mitologie: quattro ragazzi che suonano da dieci anni praticamente ovunque. Dai club pieni a quelli vuoti, dalle sale prove improvvisate alle bettole di provincia, dai palchi che contano a quelli che sembrano non contare affatto. Eppure, proprio lì, in quella continuità ostinata, si costruisce l’identità dei Malvax.
La loro storia non è quella di un’esplosione improvvisa, ma di una resistenza quotidiana. Dieci anni passati a portare le canzoni in giro, a farle vivere davanti a chi c’era, anche quando erano in pochi. Dieci anni a suonare perché non farlo non era un’opzione. È una traiettoria che parla di gavetta vera, di tempo speso senza la certezza di un ritorno, ma con la convinzione che la musica abbia senso solo se attraversa i luoghi e le persone, anche quelli più scomodi.
In una società che ci spinge continuamente a sentirci fuori posto — mai abbastanza bravi, mai abbastanza giusti, mai davvero accettati — i Malvax diventano uno specchio generazionale. Le loro canzoni nascono dentro questo disagio diffuso, dentro l’insicurezza che accompagna chi cresce senza modelli stabili e con l’impressione costante di essere in ritardo rispetto a qualcosa.
Lorenzo lo dice senza romanticismi: sentirsi sbagliati è quasi la norma. E forse è proprio per questo che la voce dei Malvax arriva così diretta. Non cercano di rassicurare, non promettono soluzioni. Raccontano quello che succede quando ti guardi intorno e non trovi un posto preciso, quando continui a fare musica anche se il contesto non sembra accoglierti davvero.
Essere “un po’ come Lorenzo” significa riconoscersi in quella sensazione di scarto, in quella fragilità che non si risolve ma si impara ad abitare. I Malvax stanno lì: nel mezzo, nei margini, nei luoghi che non fanno notizia ma che costruiscono le storie vere. E dopo dieci anni di strada, palchi improvvisati e canzoni suonate ovunque, la loro forza sta proprio nell’aver trasformato l’insicurezza in una forma di presenza.
Non sono un progetto che si adatta per essere accettato. Sono quattro ragazzi che continuano a suonare, perché è l’unico modo che conoscono per restare.


