Eccolo il nuovo disco di Matteo Castellano. Si intitola “Come un matto sano” e già da qui sappiamo di doverci confrontare con una parola e una forma densa di intenti allegorici, proiettata più nel mostrare che nel dire. Ed è così anche spulciando le innumerevoli mutevolezze che ha il suono e la forma, che ha questa voce che non bada troppo ai cliché e che anzi, andando proprio dentro i reami della santa borghesia, dei cliché si fa scudo per combatterli e rimuoverli. Nel popolo e per il popolo questo teatrante cantore dei tempi moderni. Interessante la produzione che sembra casuale, ruvida, artigianale…
Se ho capito bene ci sono voluti anni prima di dare alle stampe finalmente e ufficialmente questo disco. O sbaglio? E nel caso… anni dentro cui le cose cambiavano, maturavano… in che modo secondo te?
Ci sono voluti anni per scrivere questo disco perchè dopo un album pop in cui non riuscivo a identificarmi (Solo la punta, 2016) ho avuto la tentazione e l’esigenza di tornare sulla pista della sincerità con un album in cui confessavo le mie vergogne, le mie debolezze, certe intimità per provocare un qualche tipo di cambio nella mia vita di artista. Ciascuna delle sette canzoni ha a che vedere con una vergogna. In effetti è una provocazione ma ancora di più un’ auto-provocazione. Ho voluto mostrare la mia vita, il mio essere un matto sano, cioè una persona complessa, fragile, ma che fin quando non mette questa fragilità nelle mani degli altri rimane nell’anonimato, pur scrivendo canzoni divertenti.
Quel che non avevo previsto è che una volta scritte e pubblicate queste canzoni vogliono essere suonate, di sera in sera e spesso la vergogna e l’imbarazzo, l’inadeguatezza si ripresentano.
Non è un disco di canzoni “belle” ma quando le canto ho quasi sempre la sensazione di star facendo qualcosa.
“Figlio di un milionario”… un manifesto di sincerità? Come a dire: faccio a outing?
È esattamente così. Un outing. Un outing non richiesto però credo abbastanza inaudito. Quindi anche un manifesto. Non ho mai ancora sentito una canzone in cui uno parla del rapporto difficile che uno ha con il suo essere un benestante, forse la gente normale ha il buon gusto di tenere per se certi discorsi. Ma la tentazione di sfidare il tabù, il mio imbarazzo e insieme l’orgoglio di sentirmi forse il primo coraggioso a fare questa scelta mi hanno spinto a scrivere la canzone.
Quando ancora la canzone non era scritta mi ispirava il titolo “Il lamento del benestante”. Avevo conosciuto l’incredibile repertorio di Matteo Salvatore che negli anni 70 aveva fatto un disco potentissimo chiamato “Il lamento dei mendicanti” e il mio era un umile e sincero tentativo di collegamento. Ovviamente c’è del paradosso: se uno sta bene che cosa si lamenta a fare?
Il teatro canzone (e qui pensiamo sempre alla Ligera milanese)… quanto ti ha contaminato (se lo ha fatto)?
Gaber mi colpisce per il suo coraggio. Un giorno stavo guidando un furgone e una sua canzone mi ha emozionato così tanto che ho dovuto accostare, togliere il disco e darmi una calmata.
Ora dovessi cantarlo preferirei fare i suoi brani più leggeri, come “Cerutti Gino”, però mi ha influenzato di più l’ascolto di “Io se fossi Dio” e “Quando è moda è moda” quel giorno sul furgone che le sue splendide canzonette anni 60 che conosco persino meglio.
Mio padre metteva sempre le cassette di Jannacci in macchina quando eravamo piccoli, tanto che ora le so suonare quasi tutte a memoria. Penso però che il mio rapporto col teatro canzone sia un fatto innato, legato al mio modo di essere. Le idee tendono ad agitare il mio corpo, quando mi entusiasmo divento teatrale anche senza volerlo e mi si leggono abbastanza le cose in faccia. Non son tanto bravo a nascondermi.
Da buon cantautore si torna nel difficile vissuto quotidiano della gente di tutti i giorni. E anche i “figlio dei milionari” possono farne parte secondo te? Oppure ti sconti con i puristi che ti diranno di cantar cose che non conosci?
“E la vita Caterina lo sai non è comoda per nessuno, quando vuoi gustare fino in fondo il suo profumo” cantava De Gregori. Da questo punto di vista penso che la vita sia abbastanza egualitaria. Questa canzone può appartenere più al figlio di un proletario che a uno dei miei fratelli di sangue. Una cosa molto bella che ho notato da quando la faccio è che molte persone mi mostrano comprensione e affetto dopo che la canto. Magari gli faccio pena oppure invece il brano gli ricorda qualcuno cui vogliono bene o forse ancora parla alle loro stesse tribolazioni. Abbiamo tutti a che fare con un ruolo sociale o familiare che ci espone e ci mette in difficoltà. Alla tua domanda ti rispondo però che mi sconto sempre con il mio purista interiore riguardo al fatto di cantare cose che non conosco. Ed è un tipo esigente.
“Figlio di un milionario” on YouTube
https://www.youtube.com/watch?v=WnBzqv6kkK0
Il suono di “Come un matto sano” pesca dalla semplicità e da tanto scenario pop italiano anni ’80… o sbaglio? Come ci hai lavorato?
Il suono del disco è nato così: io ho scritto le canzoni con tutti i testi che in questo lavoro sono predominanti e di queste canzoni ero convinto al 100/100 e sapevo in testa che colore avrebbe avuto il disco coi chiari impazziti lividi e gli scuri come chiodi a fissare il tutto. Poi dovendo realizzarlo ho chiamato il mio amico Puso, un artista originale che si muove tra produzione musicale, scrittura comica e spettacoli teatrali. In tutte le sue creazioni è sempre intenso e attento all’insolito. Lavorare con lui è stato abbastanza magico perchè più una canzone gli dicevo di farla come voleva lui e più veniva del colore che avevo in mente io. “Figlio di un milionario” è sicuramente una di quelle.
Ho accettato l’imprecisione, la plasticaggine di qualche suono midi in più e lavorare a click
in uno studio ai tempi ancora più spartano di adesso perchè sentivo che lavoravamo con energia e che Puso aveva amorevole cura per i pezzi.
Dal vivo? In che modo vive questo disco?
Vive nella chitarra e nella mia voce. Ho formato un trio con Micaele Giuliano e Manuela Almonte alla fisarmonica con cui facciamo quei concerti in cui si riesce ad andare tutti e tre. Vorrei aggiungere un contrabbassista ma noi tre abbiamo un bel modo di stare insieme e vorrei che arrivasse proprio il musicista giusto, per cui sono un po’ prudente a riguardo, ho chiesto a pochissime persone.
Con loro sento forza e incoraggiamento quando canto “figlio di un milionario”, ma spesso devo andare da solo e allora gioco di più coi silenzi, lavoro di sottrazione e la mia emotività è ancora di più in vista, nel bene e nel male. Vorrei suonare sempre la classica ma uso una elettrica perchè è più robusta e adatta alla vita nei locali.
Ascolta “Come un matto sano” on Spotify


