Dopo quasi tre anni di silenzio discografico, Hesanobody torna con The Neverending Third Act of a Dream, un album che non si limita a segnare un ritorno, ma che si inserisce come un nuovo capitolo di una narrazione iniziata tempo fa. Un disco che lavora per immagini, per sogni e cortocircuiti emotivi, dove il concetto di appartenenza, felicità e consapevolezza viene continuamente messo in discussione.
Tra cinema, flussi di coscienza e una scrittura che oscilla tra luce e oscurità, questo lavoro rappresenta un punto di rottura e allo stesso tempo di continuità: un cerchio che si chiude, ma anche un meccanismo che si inceppa proprio quando il traguardo sembra vicino. Ne abbiamo parlato direttamente con Hesanobody, per approfondire i temi, le scelte narrative e il percorso umano e artistico che ha dato vita a questo nuovo album.
Intervista a Hesanobody
1. The Neverending Third Act of a Dream è il tuo primo album dopo quasi tre anni di assenza discografica: quali sono state le idee o i fili narrativi che hai voluto mantenere nel progetto?
Ho cercato di portare avanti la storia cominciata con il mio primo EP, The Need To Belong, e poi proseguita con il successivo The Night We Stole The Moonshine. È iniziata dentro una cameretta, circondati da paure amichevoli, cercando una voce e una mano che aiutassero a uscire dall’immobilismo di quel luogo. Da lì sono arrivati i treni, le auto, gli incontri, nuove persone, nuovi desideri, e l’inizio di un percorso che, per la prima volta, ha reso più chiara e comprensibile l’idea, spesso astratta, di appartenenza e persino di felicità.
The Neverending Third Act of a Dream è invece una sorta di meccanismo di evasione che si inceppa sul più bello, proprio quando lungo quel percorso cominciato sembrano arrivare i frutti e il traguardo appare vicino. È allo stesso tempo un cerchio e un cortocircuito. Un circuito chiuso, ma anche spezzato.
2. I singoli Saints, Hanami e Pure
Ho cominciato a ritroso. Per me Pure doveva essere l’ultimo estratto, sia perché rappresenta il lato del “risveglio” dell’album — uno dei momenti in cui si acquista consapevolezza, uscendo dal sogno o dall’incubo — sia perché è stato l’ultimo brano a essere completato.
Hanami è invece legata a un episodio autobiografico molto preciso, avvenuto il 7 marzo, e per questo tenevo particolarmente che uscisse proprio in quella data. Saints, infine, è un po’ il manifesto dell’intero lavoro, sia dal punto di vista musicale che concettuale e narrativo. Una scelta quasi obbligata come singolo apripista.
3. Il brano Pure è stato descritto come quello che “rappresenta la luce che unisce tutte le canzoni” dell’album: come si traduce questo concetto nel resto del disco?
Credo che in ogni brano ci sia almeno un momento in cui l’intervento di uno o più strumenti, un cambio di registro, una sovrapposizione di voci o anche solo un verso riescono a comunicare qualcosa di assimilabile alla speranza, all’idea che il bello sia davvero a portata di mano, nonostante tutto.
In alcuni casi sono aperture molto fugaci, che precipitano subito verso un’oscurità o una confusione lirica e musicale; in altri, invece, sono squarci più ampi e consapevoli, vere e proprie aperture verso una verità emotiva.
4. Hai lavorato con diversi produttori e collaboratori: in che modo queste collaborazioni hanno influenzato la direzione sonora del disco?
Sono artisti che amo moltissimo e con cui sentivo un’affinità musicale profonda. Il loro contributo non è stato quello di stravolgere, ma di portare a compimento ed esaltare la visione che avevo delle singole canzoni e dell’intero progetto.
Questo ha dato al disco una dimensione quasi collettiva, pur restando sempre al servizio di un’idea centrale molto chiara e coerente.
5. Quanto hanno influito il cinema e concetti come il komorebi nel processo di scrittura e realizzazione dell’album?
Tantissimo. Il mio immaginario non può prescindere da tutto quello che ho guardato e continuo a guardare. C’è molto David Lynch, Federico Fellini, Luis Buñuel, ma anche Satoshi Kon, Hayao Miyazaki e Perfect Days di Wim Wenders, che è stato un riferimento diretto per Pure.
Sogno, incubo, luce, realismo magico e confusione tra i piani della realtà sono il nucleo tematico del lavoro.
6. Vivendo tra contesti diversi e con uno sguardo spesso rivolto all’estero, senti che la distanza dalla scena mainstream abbia influenzato il modo in cui vivi questo album?
Ho sempre avuto ben presenti le difficoltà e una certa incompatibilità con le logiche del panorama italiano. Vivo questa pubblicazione con grande serenità, senza aspettative. È stato liberatorio rilasciare finalmente queste canzoni: mi accompagnavano da troppo tempo. Credo che per la prima volta abbia fatto musica davvero in primis per me stesso.
7. Guardando alla fase post-uscita, immagini una trasposizione live di questo nuovo capitolo?
Questo è sicuramente il piano. Ci sono ancora diversi tasselli da incastrare e alcuni progetti che potrebbero anche stravolgere certe canzoni, ma è proprio questa possibilità di trasformazione che mi incuriosisce di più. Staremo a vedere.


