Skip to main content

Già dal titolo, IA rivendica una dimensione apertamente teatrale: non solo per il nome della band, ma per l’idea di messa in scena che attraversa l’intero disco. L’esordio dei Teatro Euphoria si muove come un’opera compatta, più vicina a una pièce che a una semplice raccolta di brani, in cui musica, voce e narrazione concorrono a costruire un racconto unitario.

L’album si sviluppa come un atto unico, scandito da intermezzi recitati e passaggi narrativi che guidano l’ascoltatore all’interno di una storia precisa. Non c’è la ricerca del singolo immediato: IA chiede ascolto continuo, attenzione, disponibilità a entrare in un flusso che mette in scena il conflitto tra creatività umana e intelligenza artificiale, tra controllo e smarrimento, tra coscienza e automatismo.

Dal punto di vista sonoro, il disco attraversa elettronica, post-rock, jazz e momenti più duri con naturalezza, mantenendo sempre una forte coerenza interna. Le scelte musicali non sono mai decorative, ma funzionali alla narrazione: ogni brano sembra avere un ruolo preciso, come se fosse una scena necessaria allo sviluppo del racconto.

In questo senso, IA usa l’intelligenza artificiale non come semplice tema, ma come dispositivo drammaturgico, uno specchio attraverso cui interrogare il ruolo dell’artista contemporaneo e il rischio di delegare la propria voce a un meccanismo che promette efficienza ma può svuotare di senso il gesto creativo. La chiusura con “Scacco”, unico titolo a sottrarsi alla nomenclatura in “-ia”, suona come un gesto finale di rottura, un colpo di scena che interrompe la rappresentazione.

A rendere l’opera ancora più intensa è il suo valore umano e memoriale: IA è anche un disco attraversato dall’assenza, pubblicato in ricordo di Federico Figlioli. Un elemento che non viene mai esibito, ma che aggiunge profondità emotiva e rende il progetto ancora più fragile e necessario.

IA è un debutto ambizioso e coerente, che sceglie la forma del teatro per parlare del presente. Un disco che non si consuma in sottofondo, ma si attraversa, scena dopo scena, fino all’ultimo atto.

Lascia un commento