Con il nuovo singolo “Oroboro”, Matoh scava nel cuore dell’ansia e ne restituisce un ritratto sincero, spietato e profondamente umano. Il brano prende forma attorno all’immagine del serpente che si morde la coda, simbolo di un pensiero che si ripete, di una mente intrappolata in una routine emotiva che ricomincia sempre uguale: dolorosa, ma rassicurante proprio perché conosciuta.
“Oroboro” è una canzone che vive di contrasti, sospesa tra momenti di estrema lucidità e improvvisi smarrimenti. La scrittura procede per cerchi, come il respiro che si allunga e si contrae, accompagnando l’ascoltatore dentro un loop interiore in cui perdersi e ritrovarsi diventa parte dello stesso percorso. Nulla viene edulcorato: il caos, la paura e l’impotenza restano al centro del racconto, trasformandosi però in materia espressiva.
In questa intervista per il MEI, Matoh apre le porte del suo mondo emotivo e creativo, raccontando come il dolore possa diventare arte, come le notti insonni sappiano rivelare verità scomode ma necessarie e come, anche nel ciclo più soffocante, resti sempre in sospeso la possibilità di un inizio o di una rinascita.
“L’oro si trova solo scavando nel fango”: quando hai capito che il dolore poteva diventare materia d’arte?
L’ho capito molto presto, da ragazzino, quando mi sono reso conto che scrivere le mie emozioni mi aiutava molto più di parlarne. Quando ho compreso l’importanza di scoprire se stessi, e di riuscire a navigare nel proprio mare. Quando mi sono accorto che riuscire a guardarsi allo specchio senza abbassare lo sguardo è una ricchezza non scontata, un vanto sottovalutato.
Le notti insonni sono spesso creative e crudeli. Che tipo di verità ti ha rivelato la notte in cui è nato “Oroboro”?
Che le notti insonni, a volte, servono. Quando si è costretti a rimanere da soli con se stessi si fanno i conti con le proprie paure, i propri limiti; e lì hai due scelte: soccombere, o provare a galleggiare. Ma il domani arriva sempre, anche dopo la notte più buia.
Quanto c’è di autobiografico nel loop emotivo che descrivi, e quanto invece appartiene alla parte più simbolica del racconto?
Oroboro è interamente autobiografico. Il simbolismo del serpente e dell’eterno ritorno mi è servito solo per rappresentare al meglio la sensazione di loop eterno dei pensieri, un modo per raccontare a più persone possibili la percezione dell’impotenza di fronte ad un caos incontrollabile, duro, naturale ed immutabile.
Nel brano sembra di sentire un respiro che si allunga e si accorcia. Quanto la fisicità ha influenzato la composizione?
Il brano è quasi recitato, come se fosse una parte che interpreto. Volevo che si percepisse sia mentalmente che fisicamente il movimento circolare che mi accompagna durante tutto il viaggio che intraprendo all’interno del testo. E ho voluto rafforzare questo concetto aprendo e chiudendo il brano con la stessa frase, quasi a simboleggiare un anello, una catena che è quasi sul punto di spezzarsi, ma che poi alla fine ti tiene sempre ben stretto.
Se “Oroboro” fosse una fotografia in bianco e nero, quale sarebbe la scena?
Un grigio e freddo autunno. Una nave vicino al porto, pronta per essere ormeggiata, o forse pronta per partire: non si capisce. Sullo sfondo un uomo sul ciglio del molo, ma non è chiaro se stia pescando, o se stia affidando alle onde le proprie paure.
E tutto resta così, in un limbo tra ciò che forse è e ciò che forse potrebbe essere. Inizio o fine? Alba o tramonto? Decadimento o rinascita?


