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Il protagonista della tua canzone sembra vivere in bilico tra memoria e finzione: quanto c’è di autobiografico in quella “maschera” che rende la vita più sopportabile?

C’è parecchio di autobiografico. La “maschera” è una cosa che conosco bene: non è fingere per ingannare gli altri, è più un modo per proteggersi. A volte essere se stessi fino in fondo è pericoloso, espone troppo. Quella maschera nasce dalla necessità di andare avanti, di funzionare, di non fermarsi a pensare troppo. In quel senso sì, è molto mia: è il compromesso tra quello che senti davvero e quello che il mondo si aspetta da te.


“Una città come tante” usa l’ambiente urbano come specchio interiore: c’è un luogo reale che ha generato questo brano o la città è un simbolo più universale?

La città parte da luoghi reali che ho vissuto, ma non volevo raccontarne uno in modo preciso. Mi interessava che diventasse una città mentale, riconoscibile da chiunque. Tutti abbiamo vissuto in una “città come tante”, anche restando fermi nello stesso posto per anni. È uno spazio che ti accoglie e ti respinge allo stesso tempo, che amplifica la solitudine anche quando sei circondato da persone. Più che geografica, è una condizione.


La frase “la vita è bella solo quando non sei tu” è potentissima e ambigua: nasce come rassegnazione o come primo passo verso una liberazione personale?

Nasce come rassegnazione, ma dentro c’è già il seme della liberazione. All’inizio è una frase che fa male, perché ammette una sconfitta: la sensazione che essere autentici oggi abbia un prezzo troppo alto in tutti gli ambiti, da quello sentimentale a quello sociale. Però dirlo ad alta voce è anche un atto di consapevolezza. Quando capisci che stai fingendo, sei già a metà strada dal decidere se continuare a farlo o no. Non è una resa definitiva, è una presa di coscienza.


Il brano trasmette un’emotività intima ma anche una forte critica sociale: cosa oggi, secondo te, ci costringe di più a fingere per sentirci accettati?

Credo che oggi ci costringa a fingere soprattutto l’idea di dover essere sempre “a posto”: felici, innamorati, produttivi, interessanti, equilibrati. I social hanno reso tutto più evidente, ma il problema è più profondo. C’è poca tolleranza per la fragilità, per i momenti di vuoto, per chi non ha una storia vincente da raccontare. Fingiamo per non essere esclusi, per non sembrare sbagliati. Il brano nasce proprio da questa pressione silenziosa, che non urla ma ti accompagna ogni giorno.