Quando avete iniziato, dodici anni fa, sapevate davvero che stavate costruendo una quadrilogia o il disegno è emerso solo col tempo?
Il primo disco La Colpa della Leonessa Soundtrack del 2012 era una colonna sonora per il teatro, quindi doveva aderire perfettamente al copione. Nei primi live suonavamo solo qualche pezzo di questo album, per lo più la scaletta era costituita da jam non propriamente strutturate; una critica che viene sollevata spesso alla musica elettronica è che c’è scarsa possibilità di improvvisare. Noi volevamo un po’ superare questo approccio e, grazie all’autocostruito ReactaBox (un controller MIDI basato sul celebre Reactable che all’epoca costava veramente troppo), potevamo invece sbizzarrirci nell’improvvisazione e nel “vagare” in quel magma primordiale di suoni.
Concerto dopo concerto, vagando e vagabondando per quelle jam, queste hanno preso gradualmente — quasi senza che ce ne accorgessimo — forme sempre più definite, diventando canzoni vere. Ecco, il secondo album Musique pour les Poissons è nato proprio così. Più o meno inconsapevolmente sapevamo che era un disco che avrebbe parlato d’acqua: in diversi pezzi, oltre alla title track, avevamo usato sample di onde di mare, i suoni della risacca, gabbiani e cose del genere. Anche la copertina stessa, in cui è ritratto un uomo che vive immerso su un fondale marino dentro alla sua boccia d’aria (come un pesce rosso in una boccia d’acqua), voleva evocare questo tema.
Il concetto bizzarro e autoironico che volevamo trasmettere era che stavamo scrivendo musica per pesci che, essendo notoriamente sprovvisti di apparato uditivo, avrebbero senz’altro apprezzato il nostro sound… o quantomeno le sue vibrazioni. Insieme al disco uscì anche il libro che non a caso si intitola Racconti per Pesci del Mare d’Aria, giusto a suggellare il concetto.
Una volta pubblicato Musique pour les Poissons nel 2013 non avevamo capito precisamente che strada imboccare, ma volevamo andarci. Come dire: “l’importante non è dove andare ma andarci”. Una cosa sicuramente quel disco ce l’aveva insegnata: darci delle piccole regole per far sì che i pezzi in un album fossero coerenti e legati fra loro. Abbiamo considerato da sempre la musica simile a un gioco, ma ogni gioco per essere tale deve avere delle regole.
Assecondando questo modo di vedere la musica — dalla composizione all’arrangiamento, fino alla registrazione audio e video — abbiamo intravisto la strada da prendere. E se per Musique pour les Poissons il gioco era stato scritto seguendo quelle regole, ovvero costruito interamente da jam in un rimescolarsi di dub, elettronica, funky e persino reading, per The Boy Who Believed He Could Fly, il nostro terzo album, il gioco e le regole dovevano cambiare: una su tutte, le tracce sono state scritte davanti a un PC e solo successivamente suonate.
Deve essere stato qui che abbiamo capito che stavamo iniziando un percorso più lungo di quello che inizialmente credevamo. Una sorta di gioco nel gioco. Un po’ come quando, mentre si gioca a GTA, si entra in un bar e si gioca ai cavalli. Ed è stato in quel periodo (circa il 2014) che abbiamo capito che il nuovo gioco, il nuovo album, poteva proseguire l’esplorazione di un altro elemento seguendo regole e schemi nuovi.
Dopo The Boy Who Believed He Could Fly, uscito nel 2017, sapevamo già che avremmo parlato dell’elemento “terra” in 200.000.000 Steps, il numero di passi che un essere umano compie sulla Terra nel corso della sua vita. E dopo cinque anni dall’ultimo disco, rieccoci qui a terminare quel gioco nel gioco, pubblicando Propositi per il Nuovo Anno Galattico, che ha come tema il fuoco, la luce e il Sole, e il suo anno galattico — della durata di circa 230 milioni di anni, il tempo che impiega la nostra stella a compiere un giro completo della Via Lattea.
In questo disco il fuoco è anche uno “schermo”: quanto c’è di riflessione sul rapporto tra tecnologia, immagine e ascolto contemporaneo?
Questa è una bellissima domanda. Quando ci riferiamo al tema del fuoco, la cosa che ci interessa di più non è l’aspetto del calore né la sua forza distruttrice o trasformatrice. Sì, anche quelli ci interessano, ma la cosa più stupefacente è la luce. A pensarci bene, il fuoco è stata l’unica cosa che brilla di luce propria con cui l’uomo abbia avuto a che fare (a parte Sole, stelle, fulmini e bioluminescenza) e l’unica in assoluto che è stato in grado di controllare fino a meno di 150 anni fa.
Fin dall’antichità, oltre che per scopi utilitaristici, la luce del fuoco è stata usata anche per quello che oggi chiameremmo intrattenimento, come nei plurimillenari teatri d’ombre di diversi paesi asiatici. Alcuni pensano addirittura che le pitture rupestri ritrovate in alcune grotte paleolitiche fossero dei “proto-visual”, dove le scene di caccia ritratte erano pensate per dare un’illusione di movimento o addirittura di animazione, una volta illuminate da una fiamma tremolante.
Da qualche anno abbiniamo ai nostri live un visual algoritmico sviluppato con Max/MSP e al momento siamo al lavoro su una nuova versione riscritta da zero con TouchDesigner. Si tratterà di un visual che alterna i nostri classici video processati da algoritmi comandati dal segnale audio a elementi generativi puri, dove ogni brano avrà uno specifico visual dedicato.
Il punto è che non importa con quale tecnologia un visual arrivi agli occhi. Che sia un falò, una TV a tubo catodico o un visual generativo sparato da un proiettore laser, si tratta solo di fotoni opportunamente disposti per trasmettere un messaggio o suscitare un’emozione. In questa chiave il fuoco ci serve per asciugare il tema dell’immagine da tutti i suoi dipanamenti tecnologici e rendercela per quello che effettivamente è: una manciata di fotoni.
“Brother Fire” è quasi un rituale d’ascolto: quanto conta per voi il contesto fisico in cui la musica viene fruita?
Ogni canzone ascoltata, potenzialmente, trascina con sé un ricordo. Se nel 1983 a Natale ti hanno regalato un 45 giri di On the Road Again dei Rockets, o se mentre ti stavi laureando ascoltavi Déjà Vu di Crosby, Stills, Nash & Young, è facile che negli anni successivi, riascoltando quei brani, il ricordo di quel periodo si riaccenda.
La musica rende i ricordi molto più vividi e veri, comprese le emozioni di quel periodo e di quella situazione. È così che On the Road Again diventa il Natale dell’83 e Déjà Vu tutti gli sbattimenti che comporta laurearsi. Ogni contesto di ascolto diventa quindi importante, perché ogni canzone potrebbe trasformarsi in un ricordo.
Se pensiamo alle canzoni che realizziamo noi, ognuna ci riporta automaticamente a un periodo o a una situazione vissuta, diventando una sorta di diario. Il contesto fisico in cui viene fruita la musica diventa anch’esso parte di quell’esperienza, cristallizzandosi poi in un ricordo.
A metà degli anni ’90, nel nostro paese, aprì una fonoteca: una sorta di biblioteca di CD. Erano anni in cui i dischi si compravano e internet non esisteva, così i giovani prendevano in prestito due CD per una settimana. Una volta esauriti gli album del proprio genere, ci si spingeva — anche con un po’ di violenza — ad ascoltare altro. Così si poteva passare da un disco dei Morcheeba a uno di John Coltrane, da Dalla ai Sepultura.
Questo ha ampliato i nostri ascolti e le nostre influenze, perché alla fine i propri gusti sono anche i propri limiti. Ma soprattutto ha reso possibile immagazzinare una miriade di ricordi legati a quell’universo musicale variegato che accompagnava la nostra vita di ragazzi e che, senza saperlo, sarebbe poi diventato materiale da digerire e restituire sotto forma di nuova musica.
Dopo aver chiuso questo cerchio, sentite più il bisogno di ripartire da zero o di spingervi ancora oltre questo universo narrativo?
Stiamo pensando a un disco tutto in italiano, uno di quei dischi pieni di esperimenti. Nei precedenti inserivamo solo alcune tracce non in inglese, svariando fra italiano, francese, spagnolo e inglese. Tema e approccio — tornando alle regole di un disco — saranno completamente diversi dai precedenti album. Alla fine, per noi rimane sempre fondamentale più il processo che il prodotto.
Ci prenderemo il nostro tempo per realizzarlo, perché al momento il focus è tutto su Propositi per il Nuovo Anno Galattico. Oppure, chissà, magari scriveremo un libro, o un mediometraggio, o apriremo una ferramenta o una pasticceria.
In fondo, la vita degli esseri umani è piuttosto breve se rapportata alla scala temporale dell’universo: per lui la nostra esistenza dura quanto la sigla di un telegiornale. In questi sette secondi galattici non possiamo cambiare l’universo, ma possiamo almeno dare un senso al nostro passaggio dentro di lui.
Concerti in programma
-
27.12.25 – Asado, Spoleto (PG)
-
28.12.25 – PK Games & Music Cafè, Lanciano (CH)
-
29.12.25 – Barzak, Torre Santa Susanna (BR)
-
30.12.25 – Spazio Porto, Taranto (TA)
-
17.01.26 – Circolo Arci Chinaski (release party), Sermide (MN)
-
19.04.26 – Que Vida, Marina di Ravenna (RA)
Se vuoi, nel prossimo messaggio posso:
-
proporti 2–3 titoli alternativi (più brevi o più poetici)
-
scrivere un cappello introduttivo di 5–6 righe
-
adattare l’intervista in formato MEI / magazine cartaceo


