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Con Bacio Piccolino, Renato D’Amico porta a Sanremo Giovani una canzone che si muove sul filo sottile tra sogno e realtà, tra leggerezza apparente e profondità emotiva. Un brano che parla di un addio, certo, ma soprattutto di un modo di stare al mondo: minimizzare le cose grandi per non farsi schiacciare, trasformare la vulnerabilità in linguaggio, la fragilità in forza. In questa intervista, Renato racconta cosa c’è davvero dietro quel “bacio” così piccolo solo in apparenza.


Quando hai capito che “Bacio Piccolino” parlava anche di te?

«L’ho capito riascoltando il provino da solo, di notte. All’inizio pensavo di descrivere soltanto un addio, quel gusto dolceamaro di un bacio che chiude un capitolo. Poi mi sono reso conto che quel “bacio piccolino” era il mio modo di stare al mondo.
Io tendo sempre a minimizzare le cose grandi per non farmene schiacciare. Ho capito che la canzone parlava di me quando ho accettato che la mia vulnerabilità non è un difetto, ma la mia firma. Non era solo un pezzo d’amore: era la mia carta d’identità emotiva».


“Tra uno scoglio e l’infinito” è un’immagine potente: come la tradurresti oggi nel tuo percorso artistico?

«La vedo come un tramonto osservato da un muretto di pietra lavica.
Lo scoglio è la mia terra, la Sicilia, le radici che mi tengono fermo quando tutto gira troppo veloce. L’infinito è il mare davanti, che per me è la musica: non sai mai dove ti porta, fa paura, ma non puoi smettere di guardarlo.
Oggi il mio percorso è questo: stare con i piedi su quel muretto solido, ma con gli occhi fissi sull’orizzonte, senza paura di cadere in acqua».


Il tuo sound mescola Sicilia, italo-disco e scrittura d’autore. Quanto è stato difficile trovare questa identità?

«È stato un viaggio assurdo. All’inizio hai paura che mettere insieme troppe cose — il calore del Sud, i sintetizzatori anni ’80, il cantautorato — possa confondere chi ascolta.
È stato difficile “ripulirmi” dalle influenze degli altri, ma nel momento in cui ho smesso di cercare di piacere a tutti, è stato liberatorio. Ho smesso di chiedermi “che genere faccio?” e ho iniziato a chiedermi “come mi sento?”.
Da lì, tutto ha iniziato ad avere senso».


Cosa speri arrivi a chi ti ascolta per la prima volta a Sanremo Giovani?

«Spero passi l’idea che si può essere fragili e ballare allo stesso tempo.
La verità che ho portato su quel palco è che non serve urlare per farsi sentire. Vorrei che chi mi ascolta si sentisse meno solo nelle proprie piccole mancanze.
Se dopo Bacio Piccolino qualcuno si sente autorizzato a mostrare un pezzetto di cuore senza vergogna, allora ho già vinto io. A prescindere dalle classifiche».