Con Forever, Daniele Seconi firma un album che attraversa il tempo, la memoria e le forme cangianti della composizione. Otto brani scritti in fasi diverse della sua vita trovano oggi un’unica casa musicale, tra formazione classica, fascinazioni jazz e una visione orchestrale che attraversa ogni nota.
Il disco vive di ritorni, di cicli che si chiudono per aprirsi di nuovo, di idee che maturano lentamente e poi si rivelano con naturalezza. Abbiamo parlato con Seconi per capire come nasce questa architettura emotiva e sonora, quali ricordi la abitano e come il passato e il presente dialogano in un linguaggio che resta profondamente suo.
INTERVISTA INTEGRALE
1. “Forever” gioca con il concetto di ritorno: il tema torna identico ma trasformato. C’è un ricordo o un’emozione della tua vita che ti ha ispirato questa struttura ciclica?
Il tema di questo brano l’avevo in mente già da un pò di tempo, ma solo recentemente ho pensato che meritasse di essere sviluppato per dargli forma.
La scelta del titolo è collegata a vari momenti della mia vita nei quali questa idea musicale è stata ricorrente e che quindi in virtù di ciò mi rimarrà per sempre, da qui perciò questa scelta.
2. Alcuni brani sono nati dieci anni fa, altri molto recentemente: com’è stato ritrovarti davanti a musiche “di un altro te”? Hai sentito di doverle custodire o di riscriverle interiormente?
Per quanto riguarda il resto dei brani, alcuni dei quali più datati, sono brani che già ho utilizzato in passato in altri contesti, alcuni dei quali ad esempio come musiche per film e corti. Ho pensato quindi che meritassero un’altra opportunità da qui la scelta di pubblicarli.
“Romantic Waltz” è stato l’unico tra questi che ho scritto in passato, che ho pensato di sviluppare ulteriormente con una seconda variazione prima della ripresa finale del tema a conclusione.
3. Nel disco si respira sia la tua formazione classica che la tua esperienza nel jazz: in che modo questi due mondi, spesso lontani, dialogano dentro la tua scrittura?
Pur non essendo un pianista jazz nel senso stretto del termine, amo molto la musica jazz, l’ho studiata e mi piace suonarla.
In verità mi piace suonare qualsiasi cosa mi appassioni e che è in risonanza con quello che provo e sento, e questo genere tocca le mie corde.
Per quanto riguarda il jazz appunto, in passato ho avuto modo di suonare con bravi musicisti la rivisitazione di brani classici e barocchi con particolare predilezione a J.S. Bach, e in futuro è quello che vorrei continuare a fare, curandone gli arrangiamenti e le elaborazioni.
4. La trascrizione per violino e pianoforte aggiunge un nuovo livello emotivo a diversi brani. Quando componi, immagini già una veste orchestrale o la scelta nasce dopo, come una seconda vita della musica?
Tutti i brani dell’album sono strettamente per Pianoforte, ma per riprendere il termine che hai usato nella domanda, un pianista che compone pensa sempre alla veste orchestrale: è inevitabile, perlomeno per me.
Tuttavia ritengo che il Pianoforte sia lo strumento per eccellenza che più si avvicina al linguaggio orchestrale, e che quindi in ogni caso possa fare il suo buon lavoro da solo.
Degli 8 brani dell’album ho pensato di trascrivere per Piano e Violino solo 3 dei miei pezzi, ma solo di “Forever” ci sono entrambe le versioni, in virtù del titolo dato all’album.
A questo si aggiunge anche una trascrizione per Quartetto d’Archi, che offre un’ulteriore prospettiva emotiva sul brano.


