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Stefano Costa, in arte COSTA, torna con un nuovo progetto intimo e ambizioso: Fuori il rumore, un EP che unisce la delicatezza del cantautorato alla profondità della musica classica. Un lavoro che sembra voler mettere a tacere il frastuono esterno — e quello interiore — per ritrovare una forma di autenticità, un dialogo sincero con sé stessi e con la propria arte.

Tra ospiti d’eccezione come Erica Mou, Bianco, Mille e Marco Guazzone, Fuori il rumore diventa un viaggio collettivo nella vulnerabilità e nella bellezza imperfetta delle relazioni umane.


Ne abbiamo parlato con COSTA, che ci ha raccontato l’origine di questo “disco ponte”, il suo legame con la musica d’orchestra e la voglia di ritornare finalmente sul palco.

 

Ciao Stefano, bentrovato!Partiamo dal titolo del tuo nuovo EP da poco pubblicato: Fuori il rumore. Un’espressione che può significare molte cose: un invito al silenzio o, forse, a lasciare che il mondo resti fuori. Cosa rappresenta per te questo “rumore”?

Il rumore per me rappresenta tutte quelle dinamiche, quelle paure, quei preconcetti che ci allontanano dalla possibilità di fare qualcosa, qualsiasi cosa, nel pieno rispetto di come l’abbiamo pensata, senza la necessità di “compromessi” mirati a seguire un filone che funziona, a soddisfare le aspettative di altre persone o ad arrivare ad un pubblico  più ampio.
Quello che mi è piaciuto nel fare questo EP è stato pensarlo e concluderlo come lo avevo immaginato io, giusto o sbagliato, bello o brutto, a modo mio.

 

Parli spesso di “amore” e “riconoscersi”. Fuori il rumore suona come un disco che invita ad ascoltare dentro di sé. C’è una frase o un’immagine che riassume il suo spirito?

“Se fai i giusti respiri, puoi scacciare i vampiri”.

 

In Fuori il rumore ci sono molte collaborazioni, da Erica Mou a Bianco, Mille e Marco Guazzone. Sembrano più incontri umani che semplici featuring. Cosa ti porti dietro da questa esperienza di sinergia artistica?

Ho avuto la fortuna di incontrare, nel mio percorso, artisti pazzeschi, di cui sono fan oltre che amico. L’idea di questo disco è stata proprio quella di portare alla luce questi passaggi della mia vita artistica, coinvolgendo persone che mi hanno arricchito e con cui ho avuto la fortuna di condividere il palco, che per chi fa musica rappresenta un po’ la casa.
Non avrei mai immaginato di essere l’artefice di un disco che avrebbe coinvolto questo tipo di artisti, e questa cosa mi ha dato la spinta per portare a termine un lavoro che non è stato affatto semplice.

 

Hai parlato di questo lavoro come di un “disco ponte”, un passaggio tra due mondi. Quali sono, secondo te, le due sponde che unisce?

Sono cresciuto con l’idea che avrei suonato la tromba in orchestra, e su questo non avevo dubbi. Amo la musica classica e soprattutto quella sinfonica. Tuttora, quando vado a un concerto non posso fare a meno di pensare alla mia vita se mi fossi dedicato esclusivamente a quel mondo. Però a un certo punto è arrivata la musica leggera sotto forma di un cantautore di nome Marco Guazzone e lì ho scoperto un lato di me che non pensavo esistesse. Con lui e gli altri STAG abbiamo sempre affrontato la scrittura e gli arrangiamenti con una forte impronta orchestrale, dato che quella passione ci accumunava fortemente.
In questo disco ho voluto e potuto unire la musica classica (in questo caso cameristica, avendo scelto di registrare con un quartetto d’archi) e il cantautorato più nordico che amo tanto (Radiohead, Jeff Buckley ecc.), per questo la scelta di usare una chitarra elettrica e non classica.

 

Ti sei avvicinato alla musica da giovanissimo, tanto da essere diventare il più giovane direttore d’orchestra della storia di Sanremo. Guardandoti indietro, che rapporto hai oggi con quella parte della tua carriera?

Chiaramente adesso mi sembra quasi un’altra vita, se penso soprattutto a quanta inconsapevolezza c’era in quello che facevamo e in come lo facevamo. C’è però sicuramente anche un po’ di nostalgia.

 

Oltre alla musica, c’è anche la tua esperienza come attore e autore di colonne sonore. Quanto di questo “cinema” entra nella tua scrittura musicale?

Diciamo che sono un profondo amante della musica da film (anche qui galeotto fu Marco Guazzone) e vivo con dispiacere il fatto che non si scrivano più colonne sonore epiche e memorabili. Sono legato soprattutto alla musica di John Williams, che – guarda caso – “rubava” magistralmente dai più grandi della musica sinfonica. Quando scriverò un tempo come quelli di John Williams potrò dire che la musica da film come piace a me è entrata nella mia musica.

 

E infine — dopo questo “ponte” che hai costruito — dove porta il tuo prossimo passo?

Innanzitutto porta a suonare live, cosa che non faccio da tanto e che non vedo l’ora di mettere su: dopo il live del 25 novembre al Detune a Milano, sarà il 28 novembre al Ramo d’Oro a Torino e il 30 allo Studio Conistella di Roma. Poi spero ci sia presto un secondo disco, dei pezzi già ci sono, vediamo.