Nessuna è un disco che non nasce dal suono ma dal silenzio, da una sottrazione. Una forma di resistenza intima: non per sottrarsi al mondo, ma per restarci dentro in un altro modo.
È un racconto di ricomposizione, dove la fragilità diventa materia sonora e il silenzio prende forma in un linguaggio nuovo.
Esce in digitale il 5 dicembre per Sugar Music Nessuna, l’EP di Altea.
Un lavoro che nasce dal bisogno di fermarsi e ripartire da sé, dopo un periodo di silenzio e di ascolto. Nessuna è un disco che non nasce dal suono ma dal silenzio, da una sottrazione. Una forma di resistenza intima: non per sottrarsi al mondo, ma per restarci dentro in un altro modo.
È un racconto di ricomposizione, dove la fragilità diventa materia sonora e il silenzio prende forma in un linguaggio nuovo.
Tra elettronica e materia viva, Altea costruisce un dialogo continuo tra voce e suono, restituendo alla musica la sua dimensione più autentica: quella del bisogno.
Il metodo di scrittura nasce sempre da uno strumento — ukulele, chitarra o pianoforte — da cui Altea costruisce piccoli loop o mantra ritmici che la portano in uno stato di immagine e di flusso.
Le parole arrivano dopo, come conseguenza, come eco. Giovanni Troccoli ordina quel caos con una produzione che amplifica il contrasto tra organico e digitale: suoni sporchi, texture ovattate, respiri lasciati a metà.
Ne nasce un linguaggio che Altea definisce pop sperimentale: intimo ma denso, fragile ma deciso, dove l’elettronica incontra la voce umana senza mai sovrastarla.
Le influenze si muovono tra Mika Levi, Tirzah, Coby Sey, Thom Yorke, Burial, ma vengono attraversate da una sensibilità profondamente mediterranea.
Il processo creativo di Nessuna si fonda su uno spirito collettivo: la musica di Altea nasce dal confronto e dall’ascolto reciproco.
Francesco Savaglia, oltre a curare la parte visiva del progetto, è la forza che la spinge a vedersi quando la propria immagine le appare sfocata: è lui che ha restituito contorni a quella figura in movimento, rendendola di nuovo riconoscibile a sé stessa.
Giovanni Troccoli, produttore e compagno di questo viaggio, è invece colui che ha saputo accogliere la fragilità del momento, trovando un ordine nel disordine sonoro e umano che circondava questo lavoro.
Accanto a loro, Valerio Fatalò (basso) e Ben Romano (chitarra) accompagnano Altea nella parte più esposta del processo: il live.
Sul palco, la sua voce non interpreta ma accade; e loro ne diventano la rete di salvataggio, la trama che regge e amplifica la vulnerabilità.
Senza questo spirito collettivo Nessuna non avrebbe mai preso forma. È un disco nato insieme, in ascolto, dove ogni presenza diventa parte del suono.
L’EP è nato nello spazio dove sono nati i lavori precedenti. Tornarci, per restarci, è stato un gesto di fiducia, una chiusura del cerchio.
Una scelta che fa parte del processo di cura che attraversa Nessuna: abitare il suono, lasciarsi circondare da ciò che è vivo, riconoscere il silenzio come una forma di presenza.
In quello spazio condiviso, ogni oggetto, ogni rumore, ogni giorno diventa parte del lavoro. È un laboratorio di rinascita, dove la musica non si registra ma si abita.
In Nessuna convivono due geografie, due lingue, due movimenti dell’anima: il Salento e Napoli.
Il Salento è la radice, l’infanzia collettiva, la memoria della terra e del rito. È la parte della vita che scorre lenta, dove il corpo e il suono coincidono, dove il ritmo nasce dalla polvere e dalle mani. È il luogo della comunità, del battito che unisce, della danza che cura.
Napoli, invece, è il vulcano: la città che non conosce tregua, dove tutto è in movimento, dove la fragilità diventa carburante e la rinascita un gesto quotidiano.
È il luogo dell’imprevisto, del rumore che si fa canto, dell’instabilità che si trasforma in energia.
In Nessuna convivono due estremi complementari: la terra e il magma, la quiete e la vertigine, il radicamento e la fuga.
È una tensione costante che attraversa ogni brano e ogni gesto di Altea.
La sua voce abita quella soglia, tra la trance collettiva della taranta e la concentrazione silenziosa del mantra, tra la febbre e la preghiera.
In lei questi mondi opposti non si escludono ma si fondono in un’unica spinta vitale: il ritmo come cura, la ripetizione come meditazione.
La pizzica e la pratica meditativa condividono la stessa radice: liberarsi attraverso il corpo, usare il suono come accesso a una presenza più profonda.
In Nessuna questa sintesi diventa musica: rito e introspezione, urgenza e silenzio, fragilità e forza che convivono in movimento.
È una dualità che non cerca equilibrio, ma movimento: la possibilità di essere due cose insieme — fragili e forti, leggere e terrene, ferme e in continua trasformazione.
Ed è proprio in questa tensione che il disco trova la sua verità.
ALTEA
Altea nasce in Salento, in una casa dove la musica è una lingua familiare.
Il padre, fondatore del gruppo Alla Bua, le trasmette l’idea della musica come forza collettiva e politica; la madre, insegnante di yoga vicina alla spiritualità buddista, le insegna l’ascolto e la presenza. Due mondi lontani — la Taranta e il mantra — convivono in lei come due forme di trance: una radicata nella terra, l’altra sospesa nell’aria.
In questo equilibrio tra rito e meditazione, tra ritmo e silenzio, si fonda il suo modo di fare musica.
Dopo la laurea in psicologia, con una tesi sulla Taranta come rito di guarigione, capisce che la musica può essere strumento di conoscenza e cura. Durante la pandemia inizia a pubblicare video chitarra e voce, piccole prove di sincerità che la riportano al centro di sé.
Poi Napoli: la scena del collettivo Thru Collected, il primo EP Non ti scordar di me (2022), l’urgenza di appartenere e poi la necessità di separarsi. Quando il rapporto con il collettivo si sfilaccia sceglie il silenzio. Non come fuga, ma come fedeltà a sé stessa.
Con Valerio Fatalò (basso) e Ben Romano (chitarra) costruisce un live in continua mutazione, un organismo vivo dove le canzoni cambiano forma e respirano insieme al pubblico. Le luci e le immagini di Francesco Savaglia amplificano questa dimensione percettiva, trasformando il palco in uno spazio di esperienza più che di rappresentazione.Il live diventa un veero e proprio esercizio di presenza, di vulnerabilità.
La musica di Altea non nasce per spiegare, ma per far sentire: uno spazio di relazione, dove la voce diventa corpo e l’ascolto si fa gesto condiviso.


