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Emilya Ndme torna al centro del dibattito musicale con un brano che non concede sconti e non accetta compromessi. Glass Skin è un titolo che evoca fragilità, eppure la fragilità, nel linguaggio dell’artista, smette di essere una colpa e diventa una scelta consapevole: esporsi, mostrarsi, rifiutare l’obbligo di apparire sempre identiche, levigate, immobili. Il punto nevralgico del singolo è una denuncia che riguarda un’intera struttura culturale, capace di ridurre il corpo femminile a superficie da giudicare e consumare, misurando valore e credibilità sulla base della capacità di sembrare senza tempo. Emilya Ndme scardina questo meccanismo entrando in collisione diretta con le sue regole non scritte.

Le parole del brano indicano una strada precisa: interrompere il rituale dell’apparenza e reclamare il diritto di attraversare gli anni senza doverli nascondere. La pelle, lungi dall’essere una barriera o un requisito estetico, diventa una mappa che segna esperienze, conquiste, assenze e ritorni. Nel suo racconto, l’invecchiamento non è una minaccia, ma un processo naturale che la società continua a trasformare in condanna. Glass Skin reagisce a questo atteggiamento con una forza che nasce dalla trasparenza, dalla volontà di non mentire, dalla rivendicazione di un’esistenza che non teme di essere letta.

La scelta di affrontare un tema così delicato attraverso una scrittura diretta rafforza la centralità della voce dell’artista. Non c’è decorazione, non c’è ricerca di attenuanti: esiste solo la necessità di affermare che il tempo non toglie valore e che la credibilità non può dipendere dalla capacità di ingannare lo sguardo altrui. È una visione che chiama in causa chi ascolta, invitando a riconsiderare ciò che viene dato per scontato e ad accettare la possibilità di riscrivere il modo in cui guardiamo e giudichiamo.

Il brano espone una denuncia diretta verso una violenza culturale spesso normalizzata. Quanto è stato complesso tradurre questa percezione in una forma musicale?

 

Non è stato complesso, è stato urgente. Il difficile semmai è stato tenerla sporca, non lucidarla troppo. Volevo che il brano suonasse, come una cosa vera che si espone: Glass Skin è una riot girl come me. Senza filtri, senza tono pedagogico.

 

Nel testo affermi che “non ti scusi per il tempo che porti addosso”. Qual è oggi il tuo rapporto con la tua età?

Lo stesso che avevo a 20 anni. Vivo tutto al 100% e sono quello che traspare attraverso la mia identità artistica.

 

C’è stato un momento specifico in cui hai capito che il tema dell’invecchiamento doveva diventare centrale nella tua scrittura?

Non è l’unico tema. E’ centrale in Glass Skin. E’ nata dall’osservazione di ciò che ho intorno: vedo classificare le persone in base all’età, soprattutto le donne. Come se il tempo che passa fosse un tabù. Anche nei contesti più progressisti, si parla di età come di un virus da contenere. Lì ho capito che se non lo scrivevo io, forse nessuno lo avrebbe fatto per me. E Glass Skin è diventato il mio modo di provare a far sentire meno sole le donne.

 

Quali sono le immagini o i simboli che hanno guidato la costruzione del sound di Glass Skin?

Le cantine umide, le luci fredde, le tv a tubo catodico. Un’estetica grunge, imperfetta, un po ‘ disturbante. Il suono in bilico tra la fragilità e il feedback.

 

Quanto conta per te l’autoironia nel disinnescare le aspettative esterne sul corpo femminile?

Conta moltissimo. Adoro l’ironia, il cinismo e sono una persona che ama ridere.  Non penso però sia giusto essere costretti a usare autoironia per difendersi da una forma di bullismo collettiva, perché è di questo che assume i toni e le dinamiche.

 

Se dovessi immaginare un seguito ideale a questo brano, quale aspetto della condizione femminile ti piacerebbe affrontare?

La libertà sessuale senza giudizio sociale e religioso.