Con la rimasterizzazione de “I 5 Elementi”, Alessandro Quarta torna a uno dei lavori più profondi e viscerali della sua carriera. Un viaggio strumentale che unisce natura, ricordo, infanzia e visione cinematografica. Un disco che oggi, nella sua nuova veste, diventa ancora più vivido e universale.
In questa intervista, Quarta racconta la genesi del progetto, il rapporto con i ricordi che lo accompagnano da sempre, l’importanza della musica strumentale e la libertà di muoversi tra generi senza mai perdere identità.
La rimasterizzazione de “I 5 Elementi”, la forza narrativa della musica strumentale, i ricordi che plasmano la creazione artistica e il ruolo dell’identità nel passaggio tra linguaggi musicali diversi.
INTERVISTA AD ALESSANDRO QUARTA
1. “I 5 Elementi” nasce come un viaggio tra natura, emozione e memoria.
In questa nuova rimasterizzazione, quale dei cinque elementi senti più vicino al tuo modo di vivere la musica oggi — e quale, invece, ti mette ancora alla prova?
È davvero impossibile dover decidere un solo elemento tra i cinque, perché in ogni elemento esiste un frammento che, unito ai restanti, andrà a comporre il senso della mia e della nostra vita. Ogni brano, ogni elemento, evoca un emozione che non può e non potrà mai essere scelta più degli altri. Per “La Creazione” è diverso. In questo brano ho scelto il mio numero preferito, il cinque. Le prime note del brano sono cinque, che come un live motive sono le cinque colonne portanti del brano, come cinque sono le tonalità all’interno del brano stesso e come cinque sono i cambi dell’esplplosione nel buio dell’universo che porterà alla creazione della terra, e per finire cinque sono i minuti della durata del brano.
2. L’album è interamente strumentale, ma ha una forza narrativa quasi cinematografica.
Ti capita di pensare le note come personaggi o di costruire una “storia senza parole” mentre suoni?
Sicuramente la seconda. Amo la musica dal significato oggettivo. Riuscire a far vedere la stessa immagine che sento mentre scrivo in partitura e far provare la stessa emozione a chi la ascolta. Non mi piacciono le parole, amo la musica strumentale e credo profondamente nella sua forza. Per scrivere ho bisogno di un’immagine, di un ricordo o di una storia, e di questa storia o immagine ne creo poi emozione oggettiva. Tutto questo mi fa letteralmente impazzire, amo creare queste emozioni cinematografiche dove il film siamo noi e la nostra vita.
3. Hai detto che questi brani raccontano tutto ciò che siamo: il passato, i fallimenti, la nostalgia.
C’è un ricordo preciso che è riaffiorato mentre riascoltavi o reinterpretavi uno di questi pezzi per la rimasterizzazione?
Ci sono tanti ricordi vividi nella mia mente, ma ce n’è uno che mi ha sempre accompagnato più degli altri. Quando ero bambino, fino ai dieci anni, i miei genitori avevano una rosticceria e, ogni giorno, dopo aver finito i compiti, li raggiungevo lì. Accanto alla rosticceria c’era un negozio di televisori. Ricordo perfettamente una sera del 1982, avevo sei anni e studiavo musica da tre, era venerdì e in TV trasmettevano “Venerdì Disney”, con il film Un maggiolino tutto matto. Di nascosto mi allontanai per andare a guardare uno dei televisori esposti in vetrina. Pioveva forte, e io restai lì, immobile, sotto l’acqua, a fissare le immagini dietro il vetro, senza poter sentire l’audio. Piangevo perché non potevo godermi davvero il film, e sul mio viso si confondevano lacrime e gocce di pioggia. Alla fine, tornai nella rosticceria, al calduccio, accanto a mia mamma. È un ricordo che porto nel cuore. La meraviglia dell’infanzia, la magia delle piccole cose e quel bisogno istintivo di emozionarmi davanti a una storia, anche solo in silenzio.
4. La tua carriera è un ponte tra mondi — dalla musica sinfonica al tango, dal rock al pop internazionale.
Cosa ti guida ogni volta nel passare da un universo musicale all’altro, senza perdere la tua identità artistica?
Immagina un pittore. Lui ha avuto modo di studiare e conoscere tutti i colori per poi poter arrivare ad una sua scelta, una scelta consapevole e voluta dopo anni di ricerca. Perché questo nella musica non può accadere? Io l’ho voluto sin da bambino. Ho voluto studiare composizione, già all’età di 7 anni scrissi il mio primo brano per due violini e pianoforte che diedi ai miei familiari come regalo di Natale. All’età di 15 anni avevo le idee molto chiare: oltre a studiare molte ore al giorno con alcuni tra i più importanti insegnanti al mondo di Violino, studiavo e suonavo il resto della musica, dal Jazz al Blues, dal Rock al Pop. Avevo capito che la musica definita “colta” non era necessariamente più bella o più importante di quella pop, rock, jazz o blues, definita “musica leggera”, come la si chiamava a quei tempi.
Prendevo tutto sul serio e tutto alla leggera, se così si può dire. Amo sentirmi un pittore della musica, perché il pennello è il mio violino, i colori sono le mie emozioni e la tela sono i cuori e la vita di ognuno di noi. Non esiste un pittore che usa per tutta la sua vita solo due colori, quindi perché io con la musica dovrei limitarmi a un solo genere quando conosco in profondità ognuno di essi?
La musica è una, non esistono generi ma emozioni e colori che dobbiamo usare e vivere tutti.


