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Tra rischio condiviso, improvvisazione e presenza reale, il quartetto firma un doppio album che celebra la libertà del suonare insieme

Con “Double Play”, il loro primo album in uscita per Over Studio Records, gli Organic Unity firmano un progetto che restituisce al jazz la sua dimensione più autentica: quella del dialogo.
Un doppio album di 17 brani originali dove groove, swing e libertà espressiva convivono in perfetto equilibrio, portando nuova linfa alla tradizione dell’organo Hammond.

La formazione – Marco Ballanti (chitarra), Andrea Scorzoni (sax tenore e soprano), Alessandro Todeschini (organo) e Marco Giolli (batteria e percussioni) – esplora con maturità e curiosità le molte direzioni del jazz contemporaneo, fondendo tecnica e istinto, scrittura e improvvisazione, memoria e invenzione.

In questa intervista, gli Organic Unity raccontano la filosofia che li muove: la fiducia reciproca, la libertà del rischio e l’importanza, oggi più che mai, di suonare “organicamente” — insieme, dal vivo, nello stesso respiro.


INTERVISTA AGLI ORGANIC UNITY

1. “Double Play” è un titolo che richiama il gioco, ma anche l’intesa: quanto conta oggi, nel jazz, la capacità di rischiare insieme?
Nel jazz il rischio è una componente fondamentale, ma diventa davvero creativo solo quando è condiviso. Double Play richiama proprio questa idea: due movimenti, due azioni simultanee, due menti che si fidano l’una dell’altra. Nella nostra musica rischiare non significa andare fuori strada, ma lasciare spazio all’imprevisto sapendo che il gruppo sostiene ogni deviazione. L’intesa è ciò che trasforma il rischio in possibilità.


2. Nei vostri brani si percepisce una forte unione tra tradizione Hammond e sensibilità contemporanea: come riuscite a mantenere vivo questo equilibrio?
L’organo Hammond porta con sé un immaginario molto forte, legato ai classici organ trio e a un certo modo di intendere groove e swing. La sfida, per noi, è stata rispettare quella tradizione senza imitarla. Lavoriamo molto sul suono e sulle dinamiche, lasciando che la timbrica vintage dell’organo conviva con scelte armoniche, ritmiche e melodiche più moderne. L’equilibrio nasce dal dialogo tra ciò che conosciamo bene e ciò che vogliamo ancora scoprire.


3. L’album è costruito su 17 brani originali: quanto conta per voi la composizione rispetto all’improvvisazione?
Per noi composizione e improvvisazione non sono due aspetti separati: la scrittura prepara il terreno, l’improvvisazione lo attraversa liberamente. I brani originali ci permettono di costruire un’identità sonora, un linguaggio condiviso; ma è l’improvvisazione che ogni volta li rende vivi e diversi. Nei 17 brani abbiamo cercato di creare strutture chiare, ma aperte, in modo che la personalità di ciascun musicista potesse emergere naturalmente.


4. Il titolo parla anche di “unità”: cosa significa oggi essere una band jazz “organica”, in un’epoca dominata da progetti individuali e digitali?
Essere una band organica significa mettere al centro la relazione umana prima ancora della performance. Vuol dire costruire un suono che nasce dal confronto, dal provare insieme, dallo stare nello stesso spazio e ascoltarsi davvero. In un periodo in cui molte produzioni nascono a distanza, rivendichiamo l’importanza del contatto, del tempo condiviso e dell’ascolto reciproco. Organic Unity non è solo un nome: è il modo in cui intendiamo la nostra musica, fatta di presenza, dialogo e fiducia.