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Con “Ad un passo dalla mia follia” dà voce agli invisibili e trasforma la fragilità in forza

Con la sua scrittura intensa e profondamente umana, Laura Mà racconta la realtà senza filtri, dando spazio a chi troppo spesso resta ai margini.
Nel brano “Ad un passo dalla mia follia”, l’artista porta in musica le storie di chi vive nell’ombra, trasformando la sofferenza in consapevolezza e la vulnerabilità in coraggio.
Psicologa e cantautrice, intreccia la sensibilità dell’ascolto con la potenza della parola, costruendo canzoni che diventano testimonianze di vita.
In questa intervista, si apre con sincerità parlando di empatia, rinascita e del ruolo che la musica può ancora avere nel dare voce a chi non ce l’ha.


INTERVISTA

1. “In ‘Ad un passo dalla mia follia’ racconti storie di persone spesso ignorate: quanto è stato difficile entrare in empatia con queste vite e trasformarle in musica senza cadere nel pietismo?”
«Non è stato difficile, perché quella canzone l’ho vissuta dentro di me. Tantissime volte ho pronunciato la frase: “Ieri avevo una vita, oggi non ho più una vita, sono morta qui tra i morti.” È vero, non sono mai arrivata a chiedere l’elemosina, ma il fondo l’ho toccato tante volte nella mia vita. Raccontare i senzatetto per me non è stato uno sforzo di empatia: è stato riconoscermi in loro, e in tanta gente povera in Italia. Poi ci sono persone come me, che sono riuscite a risalire, ma tante altre non ce la fanno. Ed è lì che deve intervenire lo Stato — per garantire a tutti la dignità di un lavoro e il diritto alla salute. Questa canzone non è solo la mia voce, è la loro voce, quella di chi ogni giorno lotta per non sparire.»


2. “Da psicologa, quanto la tua formazione influisce sul modo in cui scrivi e osservi la realtà?”
«La psicologia mi ha insegnato ad ascoltare in profondità, a guardare oltre le apparenze, a cogliere le sfumature delle emozioni umane. Quando scrivo, porto con me questa consapevolezza: ogni parola nasce da un’emozione vera, da qualcosa che ho sentito o che ho visto negli altri. La mia formazione mi aiuta a trasformare il dolore, la fragilità, ma anche la forza delle persone in musica. È come se ogni canzone fosse un piccolo viaggio dentro l’anima, mio e di chi mi ascolta.»


3. “C’è un episodio personale in cui hai sentito davvero questo potere salvifico della musica?”
«Sì, e l’ho sentito con forza quando ho scritto E Correrò. Quella canzone mi ha dato la forza di insistere per realizzare i miei sogni, anche nei momenti più bui. L’ho dedicata ai ragazzi che non avevano più la possibilità di farlo, a chi ha visto spegnersi i propri sogni troppo presto. In quel momento ho capito che la vita è un dono prezioso, e che io avevo ancora una vita per realizzare i miei sogni. I miei momenti di oscurità si sono trasformati in forza — una forza che sentivo mia, ma anche loro. La musica è stata la mia rinascita, il mio modo per continuare a far vivere chi non c’è più, trasformando il dolore in speranza.»


4. “Nei tuoi brani c’è una forte attenzione ai temi sociali e umani. Pensi che oggi la musica abbia ancora il potere di smuovere le coscienze o di far riflettere su ciò che spesso si preferisce non vedere?”
«Assolutamente sì. La musica parla al cuore in un modo che le parole da sole spesso non riescono a fare. Quando una canzone racconta una storia vera, una fragilità o un’ingiustizia, smuove emozioni profonde e spinge a riflettere. Il pubblico può mettersi nei panni di chi ascolta e provare empatia: credo che questo sia il vero potere della musica oggi, far sentire ciò che troppo spesso si ignora.»


5. “Stai già pensando magari ad un album o un tour che raccolga i tuoi brani e la tua evoluzione come artista?”
«Al momento non sto pensando a un album. Ogni brano che scrivo è una parte di me che si mette a nudo, ed è troppo importante perché venga diluita in una raccolta: se dovessi fare un album, alcune canzoni potrebbero non essere ascoltate, o alcune potrebbero perdersi. Io scrivo perché voglio che le persone possano sentire i miei brani, emozionarsi, riconoscersi in ciò che racconto. Magari un giorno potrei pensare a una raccolta, ma oggi preferisco che ogni canzone viva la sua storia singolarmente, così come nasce.»