La musica come verità, come linguaggio che unisce le fragilità e le trasforma in luce.
Con il loro nuovo EP, i Brugnano raccontano un mondo in bilico tra dialetto e italiano, tra malinconia e speranza, dove ogni suono diventa un modo per dire chi si è davvero.
Abbiamo parlato con loro di forza, vulnerabilità e contaminazioni artistiche — in un dialogo sincero e pieno di umanità.
Essere “campioni di drammi” significa ribaltare la retorica della forza, trasformando la fragilità in linguaggio.
In questa intervista, i Brugnano raccontano come il loro percorso artistico unisca radici napoletane, collaborazioni e introspezione, restituendo alla musica il suo potere più autentico: quello di farci sentire meno soli.
INTERVISTA
1. “In un mondo di forti servono anche i Campioni di drammi” è una frase che ribalta la retorica della forza a tutti i costi.
Cosa significa per voi essere “campioni” di fragilità, e in che modo la musica vi aiuta a trasformare le vostre debolezze in qualcosa di potente e condivisibile?
La musica è un linguaggio universale, anche se canti in napoletano, ad esempio, e ti ascoltano in Giappone. Se quello che hai realizzato è vero, puro e contempla solo la musica, sicuramente arriverà un’emozione fin laggiù.
Quindi riuscire a mettere le fragilità o le sconfitte in musica, per noi, ma crediamo per molti artisti, diventa un modo per poter condividere col mondo qualcosa che forse accomuna moltissime persone.
Questo ti dà forza, ti fa sentire sicuramente meno solo, meno sbagliato.
2. L’EP intreccia napoletano e italiano, creando un equilibrio tra radici e contemporaneità.
Quanto è importante per voi mantenere vivo questo doppio linguaggio — emotivo e linguistico — e come cambia il modo in cui vi relazionate al pubblico quando scrivete in dialetto?
È fondamentale perché ci rappresentano entrambe le strade, perché abbiamo avuto ascolti da sempre e per sempre che prevedono entrambi i linguaggi.
Forse cambia nella velocità e nell’immediatezza del napoletano: col dialetto puoi dire in una parola cose che con l’italiano forse devi affrontare diversamente.
Poi il napoletano ha un trascorso, una storia scritta dai grandi del passato che rende alcune storie inevitabilmente circoscritte a un immaginario ben preciso; e noi siamo nati qui, l’abbiamo dentro, ci scorre nel sangue.
3. Avete scelto di collaborare con artisti diversi per sensibilità e percorso come Carl Brave, Livio Cori e Federico di Napoli.
Cosa vi ha unito artisticamente e cosa avete scoperto di nuovo sul vostro sound grazie a queste collaborazioni?
Ogni artista ha un mondo preciso che inevitabilmente alla fine poi va a contaminare il tuo. È quello il bello delle collaborazioni.
Carl è pazzesco perché ha la capacità di leggere nel profondo un terreno su cui scrivere con immagini urban iconiche, e questo ci ha sicuramente influenzato molto.
Livio è un fratello da sempre con la sua poetica napoletana diretta, chiara, meravigliosa, che rende il semplice unico.
Federico è un cantante strepitoso: sentirlo cantare un inciso magari interpretato prima da noi ti fa scoprire ed aprire finestre su molti altri mondi sonori e melodici.
4. Nei vostri testi si percepisce una malinconia che però lascia sempre uno spiraglio di speranza.
C’è un momento personale o artistico che vi ha insegnato a vedere la bellezza anche dentro i “drammi”?
Sicuramente la pandemia. Avevamo moltissimo tempo per trasformare l’obbligo di stare chiusi da soli in casa, in un modo per scavare ancora più a fondo dentro noi e capire che prima dell’alba è sempre un po’ più buio.


