Pianista e compositore tra i più raffinati del panorama jazz italiano, Luigi Martinale torna con un nuovo lavoro discografico dal titolo evocativo: Invisible Cities. Un progetto che affonda le sue radici nella letteratura, ispirato al capolavoro di Italo Calvino, ma che si sviluppa attraverso il linguaggio universale della musica. In questo disco, Martinale ci accompagna in un percorso intimo e visionario, dove ogni brano diventa una tappa in un mondo sospeso tra realtà e immaginazione. Lo abbiamo intervistato per scoprire cosa si cela dietro questo affascinante itinerario sonoro.
Il titolo del disco, Invisible Cities, richiama chiaramente l’opera di Italo Calvino. In che modo questo libro ha influenzato la tua musica e la composizione di questo album?
Il linguaggio di Italo Calvino è sempre denso, ogni parola è scelta con cura e ogni frase è tornita nell’acciaio. Quando compongo cerco la massima densità di significato con il minor numero di note. Ho imparato a sottrarre e lasciare soltanto ciò che ritengo strettamente necessario. I racconti de Le Città Invisibili sono molto brevi, ma scolpiti nella pietra e nulla va sprecato. Ecco, ho cercato di seguire questo modo di lavorare anche nella composizione.
Ogni brano del disco rappresenta una “città invisibile”? Puoi raccontarci come hai trasformato queste città immaginarie in paesaggi sonori concreti?
Penso non sia possibile spiegare il processo che trasforma una suggestione letterarie in una suggestione sonora. Però ho lavorato sulle strutture compositive, in certi casi inventando strutture non usuali, forme che a mio avviso potessero ricreare la struttura di ogni singolo racconto calviniano.
Parliamo del processo compositivo: hai scritto tutto prima di entrare in studio o c’è stato spazio per l’improvvisazione e la sperimentazione durante le registrazioni?
Questo lavora prevede il quartetto jazz e l’orchestra classica: due modi diametralmente opposti di affrontare il suono e la musica. Il mondo classico necessita di una scrittura che non lascia nulla al caso, ogni suono, ogni frase devono essere totalmente previsti dal compositore che in sede di prova avrà la possibilità di richiedere agli orchestrali una pronuncia, un portamento, un certo modo di stare sul tempo. Nel jazz, al contrario, si scrive l’essenziale: ogni musicista integra col suo gusto, la sua esperienza e la sua personalità: la libertà che il compositore concede non significa anarchia, bensì fiducia, necessaria per portare la musica ad un livello più alto.
In questo progetto il tuo Quartetto è accompagnato dall’Orchestra da Camera del Conservatorio Ghedini di Cuneo. Come è nata la collaborazione e in che modo siete entrati in sinergia?
Io insegno jazz al Conservatorio di Cuneo e da molti anni cerco di portare il linguaggio accademico a confrontarsi con il linguaggio afro-americano. Tutto ha avuto inizio nel 2019 con una collaborazione con un gruppo più ristretto di musicisti, sempre con il mio quartetto. Nel 2021 abbiamo registrato SONGS NOT WORDS, sempre per Abeat. E poi…mi son fatto prendere la mano! E oggi siamo qui.
Il disco sembra avere un respiro molto cinematografico e narrativo. Hai mai pensato di portarlo in scena con una componente visiva o teatrale?
Da sempre mi dicono che la mia musica sia narrativa, teatrale, cinematografica. E la melodia è il mio obiettivo: devo cantare cosa ho composto, ma senza necessariamente un testo…vedi il titolo del nostro precedente album. Non ho mai bussato alle porte di chi potesse essere interessato a presentare la musica con una funzione cinematografica, forse avrei dovuto investire più energie in tal senso.
Cosa speri che l’ascoltatore porti con sé dopo aver viaggiato attraverso le tue “città invisibili”?
Che dopo qualche ascolto possa cantare tutti i temi del disco. Può succedere, è successo. E non succede così spesso nel jazz.


