Con il nuovo singolo “Dust Off”, gli In June inaugurano una fase inedita della loro carriera. La band romana, formata da Daniela “Dan” Mariti (voce e chitarra), Mara Graziano (batteria) e Pierpaolo Iulianello (basso), torna con un brano che segna una netta evoluzione rispetto ai lavori precedenti, scegliendo atmosfere più cupe e dense. Al centro del pezzo c’è un messaggio diretto: riconoscere i momenti di buio e dar loro dignità, invece di nasconderli. In un mondo che tende a minimizzare il disagio emotivo, “Dust Off” diventa un invito ad alzare la voce e a non ridurre il dolore a un’esperienza privata e silenziosa.
La canzone è anche il risultato di un lungo lavoro con Steve Lyon, produttore e mixing engineer che ha collaborato con artisti come The Cure, Depeche Mode e Subsonica. Il contributo di Lyon ha dato respiro internazionale al brano, valorizzando l’incontro tra basso melodico, percussioni nette e una produzione elettronica densa, senza perdere la forza delle chitarre e della voce.
Questo nuovo singolo, primo di una serie, rappresenta quindi un tassello importante nel percorso della band: non solo una trasformazione sonora, ma anche un atto di consapevolezza artistica e personale. Gli In June scelgono di raccontare la vulnerabilità senza paura, affidandosi a un linguaggio musicale che unisce energia, introspezione e una chiara volontà di confronto con il presente.
- “DUST OFF” è un brano intenso e stratificato. Com’è nato e qual è il messaggio che volete trasmettere con questa canzone?
“DUST OFF” è un brano nato con il desiderio di scrivere qualcosa che in modo pungente ma enigmatico potesse rappresentare la contrarietà nei confronti di quei momenti in cui i sentimenti negativi diventano un tabù: la tristezza, il bisogno di aiuto, lo scoraggiarsi, e la negatività verso il futuro. Quasi una critica alla società moderna che invita a mostrarsi sempre e solo felici ed appagati, arricchiti ed in movimento, “DUST OFF” si presenta come un grido volto a voler incoraggiare l’espressione di tutti i sentimenti, anche quelli più pesanti, problematici, negativi e statici, così da renderli meno gravosi.
- Il sound del brano segna una svolta più cupa e atmosferica rispetto ai vostri lavori precedenti. Da dove arriva questa nuova direzione?
Già con “collapse” (l’EP uscito nel Marzo scorso) il nostro intento era quello di segnare un ponte tra il nostro primo EP “Common Grounds” e le canzoni su cui stavamo lavorando in quel periodo. Ci siamo accorti che il sound stava diventando progressivamente più cupo ed intenso, grazie anche alla riscoperta e scoperta di ascolti più dark, aggressivi e peculiari, come Deftones, Fontaines DC, Nirvana, Depeche Mode, Bjork ecc…
- La produzione di Steve Lyon ha dato un’impronta decisa al singolo. Com’è stato lavorare con lui e cosa ha portato al vostro processo creativo?
Steve Lyon ci ha accompagnati (e ci sta accompagnando) nel nostro percorso da un paio d’anni ormai. Anche solo il suo interesse nei nostri confronti ha mosso moltissime emozioni e voglia di fare. Lavorando insieme abbiamo poi scoperto di essere estremamente compatibili: lui ci lascia lo spazio di cui abbiamo bisogno ma con pochi semplici ritocchi riesce ad arricchire le canzoni. Nel processo di registrazione poi è stato un elemento chiave: abbiamo avuto la possibilità di assistere ad un livello di professionalità veramente alto e ha donato al brano spessore e profondità, mettendo in risalto le qualità di tutti gli strumenti, fino alla fase di mixing e mastering. E’ stato, ed è, una scelta perfetta per poter raggiungere il sound desiderato.
- Il brano è un invito a non nascondersi quando si sta male. Quanto è difficile oggi esprimere la propria vulnerabilità senza sentirsi giudicati?
E’ proprio questo il punto focale del brano. Oggi la vulnerabilità è ancora un qualcosa da nascondere con imbarazzo. Nonostante la legittimazione negli ultimi anni della sofferenza, dell’importanza del cercare aiuto, la vulnerabilità non va mostrata, non va condivisa ed è simbolo di debolezza. L’emotività, ancora sfortunatamente legata allo stereotipo femminile, non trova spazio nella performatività superficiale di questa società che volta le spalle e distoglie lo sguardo da tutto ciò che è interiore, umano, difettoso e, in particolare, intenso.
- Nel testo e nelle sonorità si percepisce una critica implicita alla società che tende a silenziare il disagio. Pensate che la musica possa essere ancora uno spazio sicuro per chi si sente fuori posto?
La musica, come altre rappresentazioni artistiche, resta decisamente uno spazio sicuro per chi ha il desiderio di dar voce ad un disagio, a chi non nuota in superficie, a chi si pone delle domande. Ancora oggi, anche nelle classifiche e playlist più mainstream, si possono incontrare brani che trattano temi relativi ad un’emotività anche molto reale, universale, che possa dar voce ad insicurezze e problematiche che appartengono a tutti; fa piacere vedere anche come molti artisti non vogliano rimanere in silenzio e chiusi in una scatola, anche riguardo prese di posizione importanti e cruciali nel periodo storico in cui viviamo, e pur essendo immersi in una società sempre più omertosa.
- Dal vostro esordio a oggi, avete attraversato più fasi artistiche. Dove si colloca “Dust Off” nel vostro percorso?
Il nostro percorso si è articolato, fino ad oggi, in vari passaggi evolutivi, ma ci è sempre venuto naturale portare avanti una continua ricerca, un lavoro, un allenamento per arrivare ad un suono che potesse avvicinarsi a quello che, da sempre, avevamo in mente per gli In June. “DUST OFF” si colloca come prima tappa, ma anche un po’ come punto di arrivo, di quello che siamo stati fino ad oggi. E’ certo che anche questo sound evolverà e prenderà altre forme, ma questo nuovo singolo preannuncia delle sonorità che entreranno a far parte della musica degli In June per un bel po’ di tempo.


