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No.Vi.Art, l’associazione di promozione sociale Arti per la nonviolenza, da anni si impegna, organizzando concerti ed eventi, nel promuovere la conoscenza delle tradizioni di culture diverse, e nel creare ponti di dialogo. Dopo undici anni in cui il progetto “La musica un ponte fra i popoli” ha invitato a studiare, vivere e suonare insieme ragazzi provenienti da paesi di mezza Europa, dalla Spagna alla Romania, dal Kosovo e la Serbia alla Grecia, dal 2024 la proposta è invece il festival “Il mosaico delle minoranze in Italia”, un’occasione per conoscere le realtà di antica migrazione presenti nel nostro paese. 

Vogliamo ricordare però anche, per “La musica, un ponte fra i popoli”, l’applaudito concerto che si è tenuto il 15 luglio scorso all’Arena di Ravaldino di Forlì, preceduto dalle “prove a porte aperte” della Fabbrica delle Candele (14 luglio). L’Orchestra del Reciclaje di Madrid insieme a studenti e studentesse della Fondazione musicale A. Masini e del Liceo statale musicale e artistico A. Canova hanno proposto al pubblico un programma gradevole e allegro, utilizzando strumenti musicali realizzati da espertissimi liutai con materiali di riciclo: lattine, legno, scarichi di lavandini, e persino una tavola da skateboard!

In questa tornata delle attività, ha invece inizio giovedì 28 agosto alla Fabbrica delle Candele di Forlì, la seconda edizione del festival “Il mosaico delle minoranze in Italia”, un’iniziativa volta a diffondere attraverso l’arte, la conoscenza delle 12 minoranze linguistiche storiche italiane, riconosciute dalla Legge 482 del 15 dicembre 1999 (“Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche”). 

Dopo aver ospitato nel 2024 i concerti di Croati del Molise, Sloveni della Slavia friulana, Arbëreshë di Piana degli Albanesi, Greci della Bovesia (Grecìa calabrese), Occitani del Piemonte e della Calabria, quest’anno avremo quindi con noi il gruppo Terra nostra folk, proveniente da Celle San Vito in provincia di Foggia, esponenti della minoranza franco-provenzale (28 agosto, ore 21), ed Elisabetta Dettori, cantante, attrice e performer, che appartiene alla comunità catalana di Alghero, in Sardegna che presenta il suo “Jo, Pino Piras” (30 agosto, ore 21).

Nell’occasione sarà annunciata anche la riedizione della mostra “Piana degli Albanesi e gli Arbëreshë”, che verrà allestita a Palazzo Pretorio di Terra dal Sole dall’11 al 25 ottobre e il 10 ottobre sarà salutata dal concerto del gruppo Arbëreshë Shega.

A Celle di San Vito, piccolo comune in provincia di Foggia, si parla una variante del francoprovenzale, detta anche arpitano, introdotta dai coloni provenzali che si stabilirono nel paese nel XIII secolo, seguendo Carlo I d’Angiò. Questa lingua è parlata anche nel vicino comune di Faeto, creando un’isola linguistica francoprovenzale nell’Italia meridionale. 

La presenza dei provenzali a Celle di San Vito è legata alla storia del paese, che ha avuto origine da un piccolo cenobio vicino al torrente Freddo, poi spostato sulla montagna dove sorsero le “celle” abitate dai monaci. In seguito, questi luoghi furono occupati da coloni provenzali, che diedero il nome al paese e contribuirono a mantenere viva la loro lingua. 

Oggi, Celle di San Vito, insieme a Faeto, rappresenta un’importante testimonianza della minoranza francoprovenzale in Puglia, e preserva tradizioni e un idioma unico nel suo genere. 

Le origini di Alghero, chiamata la Barceloneta di Sardegna, risalgono al XII secolo, quando fu fondata dalla potente famiglia genovese dei Doria. Nel 1354 la città venne conquistata dai catalani-aragonesi, che la trasformarono in una roccaforte del loro dominio mediterraneo. A seguito di una ribellione locale, nel 1372 gli aragonesi espulsero le popolazioni sarde e genovesi presenti nella città e ripopolarono Alghero con coloni provenienti dalla Catalogna e dal Regno di Valencia. L’idioma catalano, isolato dal resto del dominio catalanofono, si radicò profondamente nella vita quotidiana della città, conservandosi nei secoli nella forma arcaica, l’algherese. Il catalano veniva parlato soprattutto entro le mura cittadine, mentre l’agro circostante fu sempre sardofono. La lingua subì nel tempo influenze dal castigliano, dal sardo, e successivamente dall’italiano. Nel XIX secolo, grazie anche al contributo dell’intellettuale catalano Eduard Toda, nacque un movimento di recupero e valorizzazione dell’identità algherese che nel Novecento portò a una fitta rete di contatti con i Paesi Catalani e a importanti eventi culturali a livello internazionale. Oggi numerose iniziative rafforzano la tutela della lingua e dell’identità algherese: la messa domenicale in algherese, i corsi di catalano alla scuola Pasqual Scanu, le attività culturali promosse dall’Obra Cultural de l’Alguer e la fondazione della Biblioteca Catalana. A ciò si aggiunge una vivace scena artistica, con attività teatrali, cori, poeti e musicisti impegnati nel valorizzare e preservare la tradizione locale. La sopravvivenza della lingua, poco in uso soprattutto tra i giovani, è tuttavia oggi a rischio. L’UNESCO ha inserito l’algherese tra le lingue a rischio estinzione.